DAL PARADISO DI STELLANTIS DI POMIGLIANO

Sicurezza zero, produzione a mille: la verità di chi il sangue lo butta davvero in catena.

Sicurezza zero, produzione a mille: la verità di chi il sangue lo butta davvero in catena.

Scrivo con le mani sporche e la schiena che ogni giorno paga il prezzo di decisioni prese da chi non sa nemmeno cosa significa stare sulla catena. L’azienda ha deciso di aumentare la produzione: si passa da 140 auto a turno a 205 auto a turno su Tonale, mentre da 380 auto a 405 auto a turno su Panda. Una scelta che, come sempre, viene presentata come un grande passo avanti. Ma la verità è che mentre aumentano la cadenza, continuano a sfruttare gli ammortizzatori sociali, così si produce di più ma lavorando meno giorni. In linea di massima sarà difficile che lavoreremo 5 giorni su 5 così sfruttando la sempre pronta scusa della mancanza materiale, ci faremo i soliti 2 giorni a settimana di ammortizzatori sociali. D’altronde bisogna pur giustificare, sulla carta, la richiesta accettata di un altro anno di contratto di solidarietà (CDS). Nei fatti pratici questo significa una cosa sola per l’azienda: due giorni di paga risparmiati, tanto ci pensa l’INPS, con un ulteriore risparmio sulla gestione dovuta agli impianti fermi pur sempre ottenendo la produzione necessaria. Questo dal punto di vista collettivo, ma poi c’è quello individuale dove ognuno di noi sarà chiamato a fare giorni di CDS a rotazione. Questo stato delle cose, fa capire benissimo il grado di ricattabilità che subiamo: “O fai quello che dico io o a casa in CDS”.
Succede che per il solo turno A, quando lavora la Panda non lavora il Tonale e viceversa, per tanto ci sposteremo da un capannone ad un altro a seconda di quale vettura dovremo produrre. Ovviamente siamo in troppi ed ecco che molti, a seconda di quale auto si produrrà, “godranno” di altri giorni di CDS.
È così difficile chiedere all’azienda di fare il numero di auto necessarie a turno, senza massacrare nessuno e senza tutti questi giorni di CDS? Sono anni che la crisi la paghiamo noi, mentre l’azienda continua ad arricchirsi sulle nostre spalle, mentre chi dovrebbe tutelarci, i sindacati, firmatari e non del CCSL (contratto specifico di lavoro), sono sempre pronti a rispondere: “signorsì signore”. La loro priorità è non disturbare il padrone e mantenere i propri privilegi. La loro famosa “efficienza” significa più produzione con meno addetti; postazioni di preparazione eliminate il che costringe operai di 60 anni, a stare ancora in catena con ritmi da infarto. Poi vogliono parlarci di sicurezza, proprio loro che non rischiano nulla perché, quando sono presenti in fabbrica, fanno solo passeggiate di 8 ore a turno? Questo aumento associato al gran caldo (problema del microclima mai risolto dalle sigle sindacali), potrebbe essere ancora più pericoloso, naturalmente non per chi fa le suddette passeggiate.
Studi scientifici dimostrano che aumentare la velocità della catena aumenta gli infortuni e i disturbi muscolo-scheletrici. Una ricerca pubblicata sull’International Journal of Environmental Research and Public Health evidenzia che l’aumento dei ritmi nelle linee di assemblaggio porta a più stress fisico, più errori e più incidenti. Quindi non è fantasia: più corri, più ti fai male, più rischi quindi, dal punto di vista della salute e della sicurezza. Per capirlo ci vuole uno scienziato?
Arriviamo dunque al punto più importante: se l’azienda vuole aumentare la produzione significa che ha bisogno di auto e quando il padrone ha bisogno di auto, il potere ce l’abbiamo noi. Perché se noi ci fermiamo, la produzione si ferma. Possiamo pretendere ritmi umani, microclima decente, sicurezza vera. Possiamo farci sentire davvero, ma dobbiamo farlo noi, non certo i sindacati che si muovono solo quando la fabbrica è chiusa, o quando non serve a nessuno, o peggio ancora per mantenere un loro privilegio. Lo dico da una vita che seguire questi personaggi non porta da nessuna parte; loro difendono i loro interessi e non i nostri diritti. Noi siamo stanchi, stanchi di essere spremuti, stanchi di rischiare la salute mentre loro passeggiano; stanchi di non ricevere nemmeno l’adeguato riconoscimento economico.
È ora di rialzare la testa. È ora di unirci tra operai, senza bandiere, senza sigle, senza padroni. Solo così possiamo riprenderci la dignità che ci hanno tolto perché una cosa è certa: questa non è sicurezza; questo non è sindacato e questo non è rispetto.
Seguirà una seconda parte.…
PILONE, OPERAIO STELLANTIS DI POMIGLIANO D’ARCO

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