Al ritorno da Bari i capi sindacali si stanno già attivando per convincere gli operai a togliere i blocchi. Finalmente gli operai di Taranto stavano facendo sentire il proprio peso con blocchi stradali seri. Ma i dirigenti sindacali, per tenerne in pugno la rabbia ed evitare che scantonasse su posizioni indipendenti più combattive, hanno allentato la pressione dei blocchi portandone 400 con otto pullman sotto la Regione Puglia. Illudendoli che dalle poltrone governative regionali, così come da quelle nazionali, possano scaturire soluzioni realmente a loro vantaggio.
Prima il parere espresso dal procuratore generale della Corte di cassazione, dopo il decreto legge “Salva Ilva” approvato il 13 ottobre dal Consiglio dei ministri: entrambi tracciano la strada che porterà, il 20 ottobre, alla decisione della Corte di cassazione di mantenere in attività l’area a caldo dello stabilimento siderurgico dell’ex Ilva di Taranto, annullando il decreto emesso il 27 luglio dai giudici della Corte d’appello di Milano, che ne impone il fermo entro 90 giorni.
Il decreto “Salva Ilva” prevede anche altro, ma il punto dirimente è proprio questo: la salvaguardia dell’area a caldo e, quindi, la continuazione della produzione di profitto da parte degli operai che rimarranno in fabbrica, oggi sotto la gestione statale e domani sotto quella di un nuovo capitalista privato, con il sistema tecnologico tradizionale, pericoloso e inquinante, quindi nelle peggiori condizioni interne per essi e ambientali per il territorio del capoluogo jonico, in primo luogo per i quartieri operai a ridosso della fabbrica.
Come riporta il relativo comunicato stampa del Consiglio dei ministri, il decreto legge “introduce misure urgenti a sostegno dei lavoratori dell’ex Ilva e dell’indotto, per la salvaguardia della funzionalità degli impianti dell’area a caldo e per il rilancio industriale del territorio”. E di seguito: “I commissari straordinari di Ilva spa e di Acciaierie d’Italia spa in amministrazione straordinaria sono autorizzati a mantenere in condizioni di riscaldo gli impianti dell’area fusoria, in modo da non pregiudicarne irrimediabilmente la funzionalità, fino alla pubblicazione della motivazione della pronuncia della Corte di cassazione relativa all’impugnazione dell’inibitoria della continuazione dell’attività produttiva e, in ogni caso, non oltre il 15 dicembre 2026. Restano fermi, anche in assenza di attività produttiva, gli obblighi del gestore di monitoraggio delle immissioni in atmosfera. Per salvaguardare la funzionalità degli impianti siderurgici, nelle more della procedura di vendita in corso, è inoltre autorizzato il trasferimento diretto ad Acciaierie d’Italia spa in amministrazione straordinaria dell’ultima quota del finanziamento già previsto in suo favore, a titolo oneroso e in conformità alla disciplina europea in materia di aiuti di Stato”.
Questo è ciò che conta, il resto è contorno. È contorno il destino degli operai. Il decreto prevede ancora per molti operai, quelli che non lavoreranno nell’area a caldo, un lungo periodo di cassa integrazione: “Dal 1° ottobre 2026 al 30 giugno 2027 è riconosciuta un’integrazione al reddito, con la relativa contribuzione figurativa, ai lavoratori delle imprese dell’indotto che sospendono o riducono l’attività in conseguenza della sospensione o della riduzione dell’attività produttiva di un’impresa in amministrazione straordinaria con almeno uno stabilimento di interesse strategico nazionale, nonché ai dipendenti di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria”. Poi, dopo il 30 giugno 2027, spetterà al nuovo capitalista privato prendere in mano le redini dell’ex Ilva e procedere alla ristrutturazione tecnologica e, di pari passo, a quella occupazionale, con i licenziamenti già più volte adombrati nei mesi scorsi dai pretendenti alla sua acquisizione. Il governo Meloni, nell’attesa della vendita, provvede però con il decreto “Salva Ilva” a togliergli in anticipo, almeno in parte, le castagne dal fuoco. Infatti il decreto stabilisce che “il trattamento di cassa integrazione guadagni straordinaria dei dipendenti di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria è integrato con ulteriori risorse, anche ai fini della formazione professionale in materia di bonifiche. I lavoratori possono inoltre essere impiegati in lavori di pubblica utilità, sulla base di convenzioni con le amministrazioni pubbliche operanti sul territorio. I beneficiari delle misure di sostegno al reddito sono iscritti al Sistema informativo per l’inclusione sociale e lavorativa e sottoscrivono il patto di attivazione digitale e il patto di servizio; il rifiuto ingiustificato di un percorso di formazione o di un’offerta di lavoro congrua comporta la decadenza dal trattamento”. Così diventa possibile cominciare a liberarsi almeno di alcuni operai.
Poi il decreto aggiunge che “ai datori di lavoro privati che, dal 1° novembre 2026 al 31 dicembre 2027, assumono con contratto a tempo indeterminato dipendenti di Acciaierie d’Italia e di Ilva in amministrazione straordinaria è riconosciuto l’esonero totale dal versamento dei contributi previdenziali a loro carico, al quale si aggiunge un contributo per ciascun lavoratore assunto. Il beneficio è subordinato al mantenimento in servizio del lavoratore, all’assenza di licenziamenti nella medesima unità produttiva nel periodo precedente l’assunzione e alla corresponsione di un trattamento economico non inferiore al cosiddetto “salario giusto”. Ne sono esclusi i datori di lavoro collegati alle società in amministrazione straordinaria e quelli che ne acquisiscono i complessi aziendali”. E così anche altri operai potrebbero andarsene e snellire i “problemi” al prossimo padrone.
Gli operai però vogliono restare a lavorare nell’ex Ilva e nell’indotto, ma in condizioni migliori di quelle in cui sono costretti a rischiare vita e salute ogni giorno. Lo hanno affermato e ribadito durante i cortei e i blocchi stradali. Avrebbero potuto far pesare l’una e l’altra volontà sul proprio piatto della bilancia dello scontro con la controparte, rappresentata adesso dal governo Meloni e dalla magistratura, accentuando la pressione dei blocchi stradali. Avrebbero potuto fare come a Genova, dove gli operai hanno dato un segnale occupando con la forza la prefettura. Invece i dirigenti sindacali coscientemente, per tenere in pugno la rabbia degli operai ed evitare che scantonasse su posizioni indipendenti più combattive, hanno allentato tale pressione e diviso gli operai portandone 400 con otto pullman sotto la Regione Puglia. Illudendoli che dalle poltrone governative regionali, così come da quelle nazionali, possano scaturire soluzioni realmente a loro vantaggio.
Quello che in sostanza è emerso, invece, è il beneplacito, cioè l’approvazione esplicita, il consenso formale, alla politica del governo Meloni e al suo decreto legge. Come dimostra un successivo comunicato del gruppo consiliare pugliese di Fratelli d’Italia: “Il lungo incontro di oggi a Bari, con il presidente Antonio Decaro, i sindacati e i capigruppo del Consiglio regionale, ha già dato i suoi primi risultati: a Roma il Governo, nella persona del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, si è detto disponibile a incontrare i rappresentanti delle categorie sindacali martedì 27 ottobre.Ma l’incontro di oggi in Presidenza è di fondamentale importanza anche per essere riusciti a stilare un documento condiviso che unisce politica e sindacati pugliesi, senza steccati ideologici: lo stabilimento deve continuare a produrre acciaio e l’area a caldo deve restare accesa, ma al tempo stesso si deve avviare la decarbonizzazione, con impegni precisi e tempi certi”.
Con tali premesse, i capi sindacali sono gia attivi al ritorno da Bari per convincere gli operai a togliere i blocchi in attesa dell’incontro romano. Il 20 ottobre è vicino quando la Corte di cassazione scioglierà le attese e terrà contenti “tutti” mantenendo attiva l’area a caldo. Allora per una parte degli operai la prospettiva sarà tornare a lavorare nell’area a caldo, per gli altri restare in cassa integrazione, per i tarantini continuare a respirare veleni. In attesa dei tagli occupazionali futuri. Sono queste le soluzioni che fanno gli interessi degli operai?
L.R.