La società dei benpensanti è scatenata, i capi politici fanno a gara fra chi condanna i giovani ribelli con più forza, devono prendere i voti della borghesia del centro città. Più uomini in divisa ed armati per le strade, lo shopping militarizzato per Natale è la loro soluzione. Non basterà, la vita negata nelle miserie delle periferie sta presentando comunque il conto.
Quelle vetrine andate in frantumi, quei brand la cui merce è stata saccheggiata descrivono la geografia urbana della società dei ricchi, da cui sono esclusi loro: i giovani che stanno attraversando le strade di Milano, Torino, Bologna.
Nelle loro azioni istintive, e perciò fulminee, non programmate, si ribellano contro la società che non ha niente da dargli se non la miseria. Vivono nelle periferie inquinate e degradate, frequentano scuole che cadono a pezzi, vivono nelle famiglie dove si fanno sacrifici impossibili per sopravvivere giorno per giorno. Le loro sono azioni di ri-appropriazione simbolica di ciò che gli viene costantemente precluso. I figli della classe operaia di oggi, dei ceti subalterni, dei quartieri poveri delle città, rappresentano una generazione che non ha niente da perdere, perché quel poco che c’era l’hanno già perso le loro madri e i loro padri. Che piaccia o no, questa è la loro rivolta contro l’attuale società, come si presenta ai loro occhi, nel modo in cui essa agisce su di loro.
A tanti conviene descriverli quotidianamente come gli indiziati, i protagonisti della cronaca nera: il quindicenne che si azzuffa con il suo coetaneo per un paio di scarpe alla moda, per lo sguardo lanciato alla ragazza, per il motorino strisciato. Si può attivare così la macchina della riprovazione morale e si può includerli tutti nella categoria dei giovani alienati e apatici. Quando però la frustrazione e l’esasperazione colpiscono in modo politico e i ragazzi si organizzano collettivamente per liberarsi di una realtà che sentono opprimente, la società dei benpensanti scopre di avere terrore di loro, perché non sono più inquadrabili come un comodo oggetto di discussione da talk televisivo criminologico, bensì diventano un soggetto sociale con cui dover fare i conti. E a un soggetto sociale devi dare delle risposte politiche. Ma quali? I padroni e i governanti non possono che avere risposte basate sulla repressione e sullo sfruttamento. Perché altro da dare ai figli del popolo nella miseria nera del capitalismo avvitato nelle sue crisi non c’è.
Questi ragazzi sanno che per loro la vita che li attende è una miscela grigia di miseria e sfruttamento. Il futuro non è più un’incognita, ma lo stesso maledetto presente che si trascina avanti. Quella di oggi è una generazione che, a differenza di quelle degli ultimi venti anni, sta reagendo coraggiosamente e lo sta facendo ben prima di quanto si potesse immaginare. Nelle piazze ci sono ragazzi e ragazze di sedici, quindici, perfino dodici anni. Questi giovani non aspettano che si proclami lo sciopero generale con un mese e mezzo di anticipo, non conoscono le clausole di raffreddamento dei sindacati corrotti, sentono l’esigenza di agire subito e senza mediazioni, non aspettano neanche la convocazione della piazza con le modalità del centro sociale, il corteo programmato. Stanno inondando liberamente le piazze ogni giorno, sentendosi rapidamente sui social. Li vedi in strada a protestare e a esprimere la loro rabbia ancor prima che le questure sappiano cosa stia succedendo e che attivino i loro dispositivi repressivi, come è successo domenica a Milano.
Molti di loro ripetono la frase: “Se protestiamo con i cartelli non cambia niente”. Chissà, forse questa lezione l’hanno imparata proprio guardando da piccoli, a casa, le immagini delle tante manifestazioni colorate, con i palloncini e i cartelli, disciplinate e ordinate, dei sindacati del nostro paese. Manifestazioni, appunto, rivelatisi inutili.
A modo loro ci stanno dicendo che è tempo di agire.
Lo stanno dicendo anche a tutte le altre categorie sociali impoverite, alcune già in movimento, altre ancora colpevolmente ferme.
La loro ribellione spontanea non può essere ignorata perché porta con sé i germi di una ribellione politica contro lo status quo, che chiama direttamente in causa gli operai, la classe sociale che dovrà opporsi in modo organizzato ai nemici che ha in comune con questi ragazzi, i possidenti che hanno creato la società del profitto per distribuire la povertà a tanti e la ricchezza a un esiguo numero di parassiti. La carica sovversiva che i ragazzi portano con sé è sorprendente. La prospettiva inevitabile per il cambiamento sociale è l’organizzazione politica degli operai, una nuova classe al potere, un nuovo sistema di relazioni sociali, senza padroni. Questa energia che i giovani mettono in campo in tutta l’Europa non chiede nient’altro che muoversi in questa direzione.
A. B.