LA CAROTA E IL BASTONE

Per fermare la protesta degli autotrasportatori, degli agricoltori e dei pescatori il governo sbanda fra misere regalie e repressione poliziesca. Ora anche questa piccola imprenditoria prova cosa vuol dire rischiare di cadere in miseria, reagire e trovarsi di fronte le solite false promesse e le reali denunce e schedature. Gli operai ne sanno qualcosa.

Per fermare la protesta degli autotrasportatori, degli agricoltori e dei pescatori il governo sbanda fra misere regalie e repressione poliziesca. Ora anche questa piccola imprenditoria prova cosa vuol dire rischiare di cadere in miseria, reagire e trovarsi di fronte le solite false promesse e le reali denunce e schedature. Gli operai ne sanno qualcosa.

In una società in cui le merci prodotte devono circolare rapidamente e in diversi paesi, per essere vendute e garantire profitti al capitale commerciale, gli autotrasportatori hanno un potere micidiale.

Il loro blocco ha letteralmente paralizzato la catena di distribuzione delle merci nel Sud Italia. Per giorni nei supermercati si sono visti gli scaffali vuoti, i distributori senza carburante, il trasporto pubblico su gomma e quello dei rifiuti sospesi, perfino l’approvvigionamento di medicinali interrotto. Alle loro proteste si sono uniti successivamente gli agricoltori, gli allevatori, i pescatori.

È la piccola imprenditoria strozzata dagli alti costi delle materie prime, dal caro carburanti e dall’inflazione che ne riduce i guadagni. Queste proteste sono andate avanti per settimane. Nella prima fase della mobilitazione, nonostante i blocchi cominciassero a limitare la circolazione, la forza pubblica si è mostrata tollerante nei loro confronti. Niente a che vedere, insomma, con la scure repressiva che il governo ha immediatamente calato sui giovani ribelli di Milano, riunendo un consiglio di emergenza e varando un nuovo decreto sicurezza in poco più di una giornata. Nei confronti di soggetti economici rilevanti, che costituiscono anche una parte della sua base elettorale, il governo si è mostrato molto più accomodante.

Le lotte, però, possono prendere direzioni inaspettate. E i contrasti tra componenti delle stesse categorie vanno letti senza giudizi precostituiti, ferma restando la loro generale collocazione di classe. I blocchi sono nati spontaneamente per iniziativa di piccole associazioni di autotrasportatori, che hanno trovato forme di coordinamento tra le diverse regioni. La protesta si è così diffusa a macchia d’olio. A quel punto anche le organizzazioni più note dell’autotrasporto, come Anita, Fai, Conftrasporto, hanno cominciato ad aderire ai presidi e ai blocchi. Dai piccoli snodi di provincia si è passati alle grandi città, ai porti e ai caselli autostradali, in un crescendo che ha portato anche al blocco dell’autostrada A1.

La mobilitazione stava assumendo dimensioni importanti e provocando disagi enormi. E ciononostante ha incontrato l’appoggio di larghe fasce della popolazione, che vi hanno riconosciuto un modo per esprimere la propria rabbia contro l’aumento generalizzato dei prezzi. I blocchi stavano mettendo a rischio gli approvvigionamenti di importanti filiere industriali, infrastrutture energetiche e aeroporti.

È stato allora che il governo ha cercato la mediazione con le organizzazioni sindacali più rappresentative e concertative, lasciando fuori i ‘padroncini’. All’incontro al ministero dei Trasporti, Salvini ha promesso contributi complessivi per circa un miliardo di euro. In realtà, i nuovi fondi ammontano soltanto a 160 milioni e sono ancora da reperire, mentre altri rimborsi erano bloccati da sette mesi. Con un decreto specifico poi il governo ha introdotto altri pannicelli caldi. Le grandi organizzazioni si sono dette soddisfatte dell’accordo, pur trattandosi di un misero contentino, e hanno dichiarato la fine dei blocchi, invitando gli autotrasportatori iscritti ad abbandonare i presidi.

A opporsi sono stati proprio i comitati autonomi che avevano animato di più la protesta e che sembrano intenzionati a proseguire i blocchi. Hanno accusato le grandi sigle di essersi vendute e di aver svenduto la protesta dell’intero comparto. Anche gli agricoltori rimangono sul piede di guerra. I piccoli autotrasportatori chiedono una riduzione diretta delle accise, mentre gli agricoltori rivendicano soluzioni strutturali per la filiera agroalimentare. Soluzioni e soldi che il governo non vuole mettere sul tavolo.

Contro chi intende proseguire i blocchi stradali sono state annunciate operazioni di sgombero e denunce. Al momento risultano 1.400 persone identificate, circa 70 denunciate e 250 sanzionate. I blocchi stavano diventando un problema soprattutto per l’approvvigionamento di attrezzature e materiali destinati alle industrie. Dietro i richiami all’ordine pubblico si faceva sempre più pressante l’esigenza di rimettere in moto le merci e garantire la produzione.

È stata infatti la stessa Confindustria a chiedere al governo di intervenire per rimuovere i blocchi, attraverso il vicepresidente Leopoldo Destro, che ha dichiarato: “Quando le merci non arrivano, a fermarsi o rallentare è l’intera catena produttiva, con effetti che si propagano lungo le filiere e coinvolgono anche i consumatori, Confindustria auspica che si allentino rapidamente le tensioni e che i blocchi vengano rimossi”.

Il grande capitale non può mettere a rischio i propri guadagni e ha fatto capire al governo di non essere più disposto ad attendere. Quando il grande capitale chiama, gli interessi della piccola imprenditoria possono essere tranquillamente messi da parte, insieme alla comprensione mostrata fino al giorno prima. Dove è stato possibile sfruttare la collaborazione dei sindacati conniventi, ai cui vertici troviamo anche figure con un passato politico nel centrodestra, il governo se ne è servito. Contro chi sfugge alla loro mediazione e alle loro pressioni, si annuncia invece il ricorso alla repressione. Carota e bastone.

Le poche e insufficienti misure stanziate dal governo non possono certo soddisfare i piccoli imprenditori del settore. Le grandi flotte dispongono di più risorse, più capitali e degli agganci politici necessari per affrontare la tempesta. Ai piccoli resta da fare i conti con costi che li schiacciano e concessioni che non bastano.

Più in generale, anche questa vertenza mostra quanto si stiano restringendo gli spazi per le manovre riformiste per ricomporre i conflitti. Da spartirsi ci sono solo briciole. In altre occasioni, le richieste dei piccoli imprenditori dell’autotrasporto sono state accolte e le mobilitazioni sono rientrate dopo pochi giorni. Questa volta, invece, la protesta era perfino sfuggita di mano alle organizzazioni più rappresentative e stava dilagando. E gli interventi del governo non hanno soddisfatto nessuno, neanche gli iscritti delle più grandi organizzazioni sindacali.

L’impoverimento di questi piccoli imprenditori è direttamente collegato ai sintomi della crisi dell’economia capitalistica: crisi energetica, guerre militari e commerciali, inflazione. Di fronte a questi problemi, i tavoli istituzionali non riescono più a offrire risposte adeguate. La mediazione governativa a cui ci si appellava per ottenere concessioni nelle fasi di espansione del ciclo capitalistico sta saltando. E insieme a essa saltano gli strumenti con cui si riusciva a sedare pacificamente questa rabbia sociale.

Vedremo quanto durerà la resistenza di chi continua a presidiare le strade e a tenere in piedi gli ultimi blocchi, quali condizioni sarà disposto ad accettare e se il governo ricorrerà a forme di repressione ancora più dure. Gli stessi metodi che non ha esitato a usare contro gli studenti, i giovani delle periferie e gli operai: questi ultimi, nel 2025, a Bologna, durante una manifestazione sulla tangenziale, sono stati i primi a essere immediatamente denunciati per il nuovo reato di blocco stradale introdotto da un altro decreto sicurezza dello stesso governo.

Le azioni di forza di autotrasportatori e agricoltori intanto dimostrano a noi operai quale potere hanno certe forme di lotta. E se loro riescono a creare il caos fermando il trasporto, figuriamoci cosa accadrebbe se ci fermassimo noi in blocco, se fermassimo la produzione delle merci. Sarebbe la paralisi del sistema. A differenza loro che sono divisi tra diversi interessi di categoria, dalla nostra parte abbiamo che come operai ci accomunano gli stessi interessi di classe. Dobbiamo maturare la convinzione che è tempo di agire allo stesso modo.

Uniti siamo una forza, divisi non siamo niente.
A.B.

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