Cosa c’è di più violento che lavorare da mattina a sera per un padrone e rendersi conto che in modo inesorabile il tuo salario oggi vale meno di ieri. Scoprire che tu al padrone hai dato la stessa prestazione di ieri e lui ti ripaga con soldi che valgono di meno. Già questo fatto non merita una ribellione?
Caro Operai Contro, com’è stato possibile che il potere d’acquisto del salario in Italia sia rimasto così basso? L’Istat nonostante sia sempre più avvolta nell’atmosfera “meloniana”, con i dati aggiornati al 12 ottobre, comunica che i salari reali rispetto al 2021 sono bassi non più del 7,9%, causa continui rincari, bensì del 9,3%. Il taglio del cuneo fiscale, misura di bandiera del governo Meloni, fa solletico al carovita senza contrastarlo.
Questo meno 9,3% del potere d’acquisto del salario di oggi rispetto al 2021, va a sommarsi al disastroso trentennio 1990-2020, che ha visto il potere d’acquisto del salario in Italia inabissarsi del 2,9% anziché aumentare tenendo il passo col carovita, come minimo. Il risultato per i salari in Italia è un potere d’acquisto falcidiato. Mentre nello stesso periodo il potere d’acquisto saliva in ben 34 paesi dell’Ocse, tra questi, Regno Unito più 44,3%, Germania più 33,7%, Francia più 31,1%, ecc. ecc.
Con il decreto propaganda “Salario giusto”, il governo Meloni ha disposto che le imprese paghino il 50% dell’inflazione, se dopo 9 mesi dalla scadenza non venga rinnovato il contratto di lavoro. Un provvedimento che non sveltisce il rinnovo dei contratti, non risolleva il salario, e che potrebbe costituire uno spunto per i padroni, di protrarre il rinnovo, dopo aver pagato quel 50% dell’inflazione.
Altro motivo del divario tra salari e carovita, è la “clausola di salvaguardia”che dovrebbe mettere al riparo dall’inflazione. Alla firma del nuovo contratto di lavoro, il sindacalista di turno nell’esporre i punti del rinnovo quando arriva al salario non manca di ricordare, per imbonire l’assemblea che, nel caso i prezzi aumentassero oltre l’inflazione programmata, in base alla quale è stato deciso l’aumento salariale (scaglionato negli anni di durata del contratto) in tal caso subentrerebbe la “clausola di salvaguardia” a colmare la differenza tra salario e inflazione reale.
Questo, sulla carta, è vero solo in parte perché la “clausola di salvaguardia” non recupera l’inflazione importata. Quindi non comprende gli aumenti legati ai beni energetici importati: benzina, gasolio, gas, metano, elettricità. Altrimenti non si capirebbe perché il potere dì acquisto dei salari, non tiene il passo col carovita. I contratti nazionali di lavoro, compresi quelli dei dipendenti pubblici, vengono rinnovati sotto il livello dell’inflazione. Oppure, come è stato per i metalmeccanici e bancari, gli aumenti si misurano con un’inflazione calcolata al ribasso, senza mai recuperare quella trascinata. L’accordo quadro sulla clausola di salvaguardia, venne firmato il gennaio 2009 tra governo, Confindustria e altre associazioni dei padroni, e Cisl, Uil, Ugl. La Cgil non firmò l’accordo, soprattutto perché escludeva proprio il recupero dell’inflazione importata legata ai prodotti energetici. Anche se con gli stessi limiti “ la clausola” viene ripresa in ogni contratto nazionale.
Basta con le prese in giro del “Salario giusto” del governo Meloni. Basta con clausole di salvaguardia, approssimative e nemmeno impugnate seriamente. Il risultato è un salario sempre più in basso del carovita. Contro la violenza del salario falcidiato, mobilitiamoci nelle fabbriche e nei posti di lavoro.
Saluti Oxervator.