Youssef Siher, avevano creato il mostro da mettere in galera per rassicurare alti bottegai e borghesi benpensanti. Non ha funzionato, il GIP di Milano non se l’è sentita di stracciare ogni parvenza di diritto e lo ha rimesso in libertà scatenando l’ira del capo del governo e dei suoi tirapiedi.
La giudice delle indagini preliminari (GIP) non ha convalidato l’arresto di Youssef Siher, che torna in libertà dopo che era stato posto in stato di fermo nel carcere di San Vittore a Milano con l’accusa di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Con lui, resta indagata anche la moglie Sagia Hammoud. Per la Meloni è un atto vergognoso e irresponsabile da parte della magistratura che risponde, attraverso una nota ufficiale dell’ANM (Associazione nazionale magistrati), che le sue dichiarazioni intimidatorie contro un organo dello Stato sono irricevibili. Le lotte tra fazioni della borghesia e apparati statali permettono talvolta ai movimenti sociali di avvantaggiarsene.
Youssef doveva essere il trofeo politico che i servizi e la procura consegnavano al governo per alimentare la sua offensiva contro le manifestazioni di piazza. Nel pieno della campagna elettorale, tenerlo in carcere e presentarlo come l’ideologo delle rivolte avrebbe permesso a Meloni e soci di calcare la mano sui “maranza”, sugli arabi, sui filopalestinesi: categorie da sovrapporre e confondere per dare un volto razzializzato al nemico e ricondurre a una matrice esterna la ribellione contro il governo e le sue politiche. Un nemico esterno per allontanare la minaccia interna.
Gli è andata male. Ci proveranno ancora se non saranno sovrastati dal tumulto delle piazze.
Ma cosa aveva fatto Youssef per essere accusato di terrorismo?
All’indomani delle manifestazioni di sabato 17 ottobre, convocate dalla sigla “Italia in piazza”, apre una chat su Telegram e una pagina Instagram con il nome Movimento 17 ottobre, nel tentativo di creare una piattaforma di coordinamento delle manifestazioni che si erano svolte e dare un indirizzo politico più preciso.
Dalla pagina viene diffuso una sorta di manifesto politico, con vari punti: “Non siamo una sigla. Siamo un processo: un movimento non strutturato nato per prendere iniziativa e far avanzare la coscienza politica collettiva dei giovani in Italia. Prima di chiederci cosa chiedere, vogliamo capire insieme perché ci è stato tolto tutto, chi ce l’ha tolto e come riprendercelo”.
E ancora si legge: “Reputiamo il governo di orientamento autoritario … Partiti e sindacati istituzionali sono parte dello Stato che contestiamo, e li trattiamo di conseguenza. Quelli extraistituzionali, a partire dalle realtà di movimento che da decenni cercano di lucrare sulle lotte e di monopolizzarle, per noi non sono all’altezza della causa. Non è un’abiura: è una condizione”.
“Ci tuteliamo dalla repressione dello Stato e dei fascisti … Abbiamo studiato chi prima di noi ha fatto tremare il potere senza lasciargli un volto da colpire: l’Egitto del 2011, dove una piazza senza leader ha messo in crisi un regime trentennale; la Tunisia, dove tutto è cominciato; Hong Kong 2019 e il suo “be water”, organizzarsi in modo decentrato, adattivo, imprendibile; il Sudan, con i comitati di resistenza di quartiere; Algeria e Libano, dove le piazze hanno rifiutato di farsi rappresentare dai vecchi equilibri; il Cile del 2019, esploso dal basso; gli Indignados e Occupy, con le assemblee permanenti; gli studenti serbi, con i loro plenum orizzontali; la Gen Z in Marocco, coordinata senza capi attraverso canali digitali ”.
“Cosa vogliamo dalle piazze: Non ci basta che la piazza sia solo protesta. La protesta da sola si consuma. Vogliamo che ogni momento di piazza sia anche discussione, dibattito, crescita politica … L’obiettivo è uno solo: prendere in mano il nostro futuro.”
Queste sono le principali linee programmatiche del Movimento 17/10 in cui non riusciamo a vederci niente di eversivo. A meno che non si voglia far passare per eversivo un vademecum diffuso sulla pagina social per spiegare ai giovani come difendersi dai gas lacrimogeni durante le manifestazioni.
Youssef non era “la mente” dietro le manifestazioni del 17 e 18 ottobre, come gran parte della stampa in questi giorni lo ha descritto. I giovani scesi in piazza non avevano bisogno di una regia per manifestare il proprio dissenso, anche se il governo e i suoi tirapiedi alla guida di televisioni e giornali devono raccontarla così. E di regie non hanno avuto bisogno neanche il 24 ottobre, quando hanno manifestato in molte città italiane, lo stesso giorno in cui Youssef è stato fermato.
Che cosa avrebbe fatto dunque Youssef per finire sotto accusa? Aperto una pagina social con degli indirizzi politici per dare una direzione al movimento spontaneo di studenti e giovani proletari? E dove sarebbe, in tutto questo, la minaccia terroristica che gli viene contestata e per cui è stato messo in carcere? È terrorista chi organizza una rete di comunicazione attraverso i social per manifestare in piazza, un diritto che evidentemente è garantito solo formalmente dalla stessa Costituzione che diventa a tutti gli effetti solo un feticcio da esibire a convenienza?
È chiaro che, colpendo Youssef, non si stava nemmeno cercando una base giuridica plausibile per la repressione in atto. Lo Stato, attraverso il governo e la procura, ha dimostrato che può mettersi sotto i piedi la legalità che proclama, quando si tratta di stroncare sul nascere qualsiasi forma di dissenso politico organizzato. Basta ricondurlo all’istigazione a delinquere e al terrorismo, facendo un uso arbitrario delle leggi di cui si è dotato.
Youssef è diventato così il bersaglio ideale da dare in pasto agli elettori del governo e all’opinione pubblica, con il racconto che dietro quei giovani ci fosse un odioso burattinaio anti-israeliano, cittadino italiano di seconda generazione, senza alcun “disagio sociale”.
La verità è che non sanno quale sbocco possa avere un movimento incontrollato composto da studenti e giovani proletari delle periferie che non hanno più niente da perdere e si organizzano senza le consuete mediazioni che hanno caratterizzato i percorsi di lotta fino a oggi. Devono quindi trovare giustificazioni assurde per una repressione che forza i loro stessi vincoli legali.
Il governo e gli apparati repressivi dello Stato hanno tratto insegnamento da ciò che è accaduto in Francia, e stanno cercando di stroncare sul nascere un movimento che potrebbe svilupparsi anche qui. Se i movimenti imparano gli uni dagli altri, gli apparati repressivi fanno altrettanto.
Ma la rabbia sociale che dilaga in tutto il mondo, e oggi in particolare in Europa, difficilmente si spegnerà con dei teoremi giudiziari costruiti appositamente per reprimerla. Piantedosi ha detto che non è finita qui. Infatti, non è finita qui.
Finché ci sarà miseria, ci sarà ribellione.
A.B.