ELECTROLUX, L’ACCORDO E’ UN BIDONE NATALIZIO

Si innervosiscano pure i capi sindacali di fronte a questo giudizio. I fatti sono i fatti, hanno ceduto di fronte alle richieste dell’azienda quando ancora la mobilitazione operaia era forte. Ci vogliono imporre un voto positivo sul loro operato col solito ritornello che è il massimo che si poteva ottenere. Ma è solo un ricatto.

Si innervosiscano pure i capi sindacali di fronte a questo giudizio. I fatti sono i fatti, hanno ceduto di fronte alle richieste dell’azienda quando ancora la mobilitazione operaia era forte. Ci vogliono imporre un voto positivo sul loro operato col solito ritornello che è il massimo che si poteva ottenere. Ma è solo un ricatto.

Ogni volta che si annunciano licenziamenti e chiusure di fabbrica è come se l’esito fosse già prevedibile. Possiamo perfino tracciarne un copione, perché tanto è sempre uguale dappertutto, un copione che somiglia ad una precisa strategia di demolizione, adoperata dai padroni, che viene poi raccolta da governo e sindacati e imposta agli operai.

Si annunciano gli esuberi e la chiusura di qualche stabilimento, i sindacati convocano gli operai dicendo che non si possono accettare i licenziamenti, si tengono ripetuti incontri nelle sedi ministeriali, i licenziamenti vengono trasformati in esuberi con incentivi, si dà una mancia agli operai per accompagnarli alla porta, gli stabilimenti che devono chiudere chiudono, si assumono fantasiosi impegni su possibili reindustrializzazioni che puntualmente non avvengono, gli operai restano per anni tra miseria e cassa integrazione.
Per quelli che rimangono nelle fabbriche ancora aperte, riconducibili alla stessa azienda, aumenta lo sfruttamento fino alla totale chiusura degli impianti dopo pochi anni. E anche questa volta, con la vicenda Electrolux, è andata così.

I sindacalisti poi hanno anche il coraggio di tornare nelle fabbriche per chiedere l’approvazione degli operai nelle assemblee, raccontando la storiella che sono riusciti a strappare un buon accordo, il migliore che si poteva ottenere, e aggiungeranno il migliore che si poteva ottenere nella fase attuale. Nella fase attuale di crisi bisogna cioè accettare in partenza il presupposto che se il padrone vuole chiudere, chiude, se vuole licenziare, licenzia, perché la sua rincorsa al maggior profitto non deve essere contrastata, mentre devono e possono peggiorare ancora di più le condizioni salariali e di vita degli operai.

Dovremmo capire che se il copione è sempre lo stesso o decidiamo di fare per una volta diversamente, scaricando i sindacati, e organizzandoci a modo nostro come operai, o continueremo ad affogare.

Al MIMIT i quattro sindacati confederali più quello che si dice di base, l’USB, hanno confezionato un pacco bidone natalizio. La domanda non è cosa ottengono gli operai ma cosa ottiene l’Electrolux. Aveva sparato 1750 esuberi da licenziare e la chiusura di Cerreto d’Esi, naturalmente aveva puntato alto per poi scendere, tattiche padronali che i capi sindacali conoscono bene ma accettano supinamente.
Firmano a 918 esuberi, che con i 149 di Cerreto d’Esi fanno 1067, il punto di partenza della lotta era nessun esubero ma lo hanno dimenticato. Cambiano il termine “licenziamenti” con uscite volontarie e incentivate, ma non cambia la sostanza che questi operai ed impiegati devono andarsene.

Fabbrica per fabbrica chi farà le liste di proscrizione? La direzione.
Ci sarà la clausola di “non opposizione”, ma quali strumenti userà l’azienda per spingere questi esuberi scelti, uno ad uno, ad andarsene?

Perché l’accordo prevede che se ne devono andare nel triennio di durata del piano.
La cassa integrazione a salario ridotto inizierà da subito e sarà il principale strumento di pressione dell’azienda. Il valore degli incentivi definiti nell’accordo, che fanno sempre effetto, ma che sono sempre lordi e si consumano in fretta, saranno sufficienti per il salto nel vuoto di trovarsi senza lavoro in una fase di crisi come questa?

Lo stabilimento di Cerreto d’Esi precipita nel limbo con i suoi 140 addetti, Electrolux lo scarica con un generico impegno a trovare una nuova attività. Nella fase transitoria darà da fare ancora qualcosa, intanto mette in atto la cassa integrazione che svuoterà la fabbrica.
Quale programma di reindustrializzazione è stato mai portato a termine senza un piano con date e garanzie certe? Qui non ci sono.
Dicono che saranno gli operai e gli impiegati a decidere sull’accordo, senza alternative e col solito richiamo opportunista – meglio questo che niente – finiranno per accettare. Così scendiamo sempre più in basso.


É il prezzo che paghiamo come operai per non avere una nostra organizzazione indipendente.

A.B.

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