Come scritto in precedenza, ecco la seconda parte, un piccolo approfondimento necessario rispetto a quanto detto in “DAL PARADISO DI STELLANTIS DI POMIGLIANO“.
Da quasi vent’anni ci sentiamo ripetere che la priorità è la “salute e sicurezza”. Lo dicono i sindacati, lo ripetono nelle assemblee, lo scrivono nei comunicati; ma basta guardare la realtà quotidiana per capire che queste due parole, per chi dovrebbe tutelarci, sono diventate solo uno slogan vuoto. A Pomigliano lo sappiamo bene, ad esempio il problema del microclima, sbandierato ai quattro venti come battaglia centrale, non è mai stato risolto. Estate o inverno, la linea resta un ambiente ostile e chi lavora continua a subirne le conseguenze mentre, chi parla, continua a ignorarle. Se allarghiamo lo sguardo oltre la fabbrica, il quadro è ancora più drammatico. Negli ultimi dieci anni le morti bianche in Italia hanno mantenuto un trend costante e inquietante e il 2026 non fa eccezione. I dati provvisori mostrano che le vittime sul lavoro continuano ad aumentare nonostante protocolli, campagne, giornate dedicate alla sicurezza. La realtà è che si muore ancora troppo e si muore perché si lavora in condizioni che non rispettano la dignità umana. Ma allora di quale sicurezza parlano? Non serve una laurea per capire che ritmi sempre più elevati e carichi di lavoro crescenti fanno male. In tutti i modi la scienza lo conferma con precisione. Infatti, una ricerca pubblicata sull’International Journal of Environmental Research and Public Health evidenzia che l’aumento dei ritmi nelle linee di assemblaggio porta ad un incremento dello stress fisico, a una maggiore probabilità di errori e a un rischio più alto di incidenti. Ritmi più alti significano più tensione muscolare; meno recupero; più affaticamento; più esposizione al pericolo. In altre parole: più corri; più ti spacchi. E noi, da anni, corriamo sempre di più.
A questo si aggiunge la famosa “efficienza” voluta dal padrone, quella che ha portato a ridurre gli addetti e aumentare la produttività. Una efficienza che ad esempio, ha cancellato le postazioni di preparazione, quelle dove venivano spostati gli RCL o i lavoratori più anziani dopo molti anni di catena. Erano postazioni a fermo, meno stressanti, pensate per permettere a chi aveva già dato tanto di continuare a lavorare senza essere stritolato dai ritmi. Oggi non esistono più. Gli RCL (lavoratori con ridotte capacità lavorative) vengono deportati nel reparto “impianti generali” a fare pulizia, spesso senza mansioni reali, accumulando giorni e giorni di CDS (contratto di solidarietà quindi ammortizzatori sociali) ogni mese. E i lavoratori più anziani? Restano in linea, anche oltre i sessant’anni, a ritmi da ventenni. Questa sarebbe la loro “salute e sicurezza”? Dal 2008 viviamo dentro gli ammortizzatori sociali. Una condizione che, se fossimo stati in una piccola azienda, ci avrebbe già lasciati a casa da anni. Da questo punto di vista, dicono, è stata una fortuna. Ma c’è un’altra verità che nessuno dice: l’ammortizzatore sociale ha rallentato la rovina della nostra salute ma l’abbiamo pagata con una miseria crescente di un salario ridotto, mentre ha fornito al padrone operai più freschi da spremere a fasi alterne sulle linee. Con l’arrivo della Panda nel 2012, se avessimo lavorato senza le lunghe fermate, molti di noi si sarebbero rotti molto prima. Fare mediamente tre giorni di lavoro a settimana ha permesso un minimo recupero psicofisico, quel tanto che basta per non crollare subito. È paradossale, ma è così: la cassa integrazione ci ha permesso fisicamente di tirare avanti, mentre ci ha ammazzato economicamente. La domanda però resta: “Per quanto potremo resistere ancora a questi ritmi prima di diventare tutti RCL?” Intanto però mentre noi ci spacchiamo, chi dovrebbe difenderci continua a riempirsi la bocca con “salute e sicurezza”. Parole che suonano sempre più false e sempre più lontane dalla realtà perché l’unica salute che tutelano è la loro. La nostra è sacrificabile, negoziabile, rimandabile. E allora sì, questo è un motivo in più per rialzare la testa come operai. Per riprenderci la dignità di lavoratori, quella che il padrone, con la complicità di chi dovrebbe pensare ai nostri interessi, ci ha tolto giorno dopo giorno.
Non è solo una questione economica, è una questione di vita, di corpo, di futuro e quando la salute viene calpestata, quando la dignità viene trattata come un optional, quando chi dovrebbe difenderci si volta dall’altra parte, allora non resta che una scelta: smettere di subire. Perché arriva sempre un giorno in cui l’operaio non accetta più di essere carne da catena e quando quel giorno arriverà, non c’è padrone; non c’è sindacato complice; non c’è sistema che possa fermare una classe operaia che decide di rialzarsi.
PILONE, OPERAIO STELLANTIS DI POMIGLIANO D’ARCO