EX ILVA, LA CASSAZIONE SI PREPARA AL RIBALTONE

Più in alto si va e più la magistratura si manifesta come lo strumento nella mani dei grandi imprenditori e dei loro governi. Mentre la Corte d’Appello di Milano ha deciso lo stop dell’area a caldo perché pericolosa, il Procuratore Generale scrive che così non è e lo stop va rimosso.

Più in alto si va e più la magistratura si manifesta come lo strumento nella mani dei grandi imprenditori e dei loro governi. Mentre la Corte d’Appello di Milano ha deciso lo stop dell’area a caldo perché pericolosa, il Procuratore Generale scrive che così non è e lo stop va rimosso.

Il procuratore generale ha attribuito particolare rilevanza alla Valutazione di impatto sanitario predisposta dai due gestori, dalla quale emerge che gli impianti non rappresenterebbero attualmente un grave pericolo né per l’amianto né per le polveri sottili. In sostanza apre la strada al mantenimento in attività dell’area a caldo. Il vertice italiano della giurisdizione ordinaria, l’organo supremo della magistratura al servizio della borghesia, chiarisce che la produzione per il profitto è più importante della tutela della salute e della vita di operai e cittadini

Per il via libera al fermo definitivo dell’area a caldo (altiforni e cockerie) dello stabilimento siderurgico dell’ex Ilva di Taranto è cominciata a suonare la campana a morto. Malgrado tre pronunce giudiziarie del Tribunale e della Corte d’appello di Milano (competenti per la sede legale delle società Ilva e Acciaierie d’Italia) abbiano stabilito la prevalenza del diritto alla salute e alla vita dei cittadini rispetto alle esigenze produttive industriali, all’improvviso, ma non inspiegabilmente, è venuta meno quella certezza che sembrava essersi delineata e fatta strada nella vicenda della fabbrica tarantina.

È accaduto che il procuratore generale presso la Corte di cassazione, Pietro Gaeta, ha depositato il proprio parere in vista dell’udienza del 20 ottobre, quando le Sezioni Unite della Suprema Corte saranno chiamate a pronunciarsi sulla vicenda dell’ex Ilva e, in particolare, sui ricorsi straordinari presentati ad agosto da Ilva e Acciaierie d’Italia contro il decreto emesso il 27 luglio dalla Corte d’appello di Milano sulla fermata dell’area a caldo. Il procuratore generale ha attribuito particolare rilevanza alla VIS (Valutazione di impatto sanitario) predisposta dai due gestori, dalla quale emerge che gli impianti non rappresenterebbero attualmente un grave pericolo né per l’amianto né per le polveri sottili. Il parere depositato in vista dell’udienza del 20 ottobre davanti alle Sezioni Unite non è vincolante, ma indica una strada a favore dei ricorsi di Ilva e Acciaierie d’Italia. In sostanza apre la strada al mantenimento in attività dell’area a caldo nelle stesse condizioni di pericolosità più volte denunciate.

Ebbene, questa valutazione è un’autentica novità rispetto a quanto avvenuto finora. Infatti nei precedenti passaggi davanti alla Corte d’appello di Milano, il procuratore generale presso tale corte aveva espresso valutazioni negative sulle istanze presentate da Ilva e Acciaierie d’Italia. È perciò utile innanzitutto ripercorrere nel dettaglio le tre pronunce giudiziarie avutesi finora.

Il Decreto del Tribunale di Milano (26 febbraio 2026) – La Sezione XV Civile specializzata in materia d’impresa ha ordinato la sospensione dell’attività dell’area a caldo dello stabilimento a partire dal 24 agosto 2026, disapplicando parzialmente l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Il tribunale ha agito in scia alla storica sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (24 giugno 2024), stabilendo che le emissioni e la mancata bonifica mettono a repentaglio la salute dei residenti di Taranto e dei comuni limitrofi.

Il Decreto della Corte d’appello di Milano (luglio 2026) – Accogliendo il reclamo e l’istanza inibitoria presentata da un gruppo di cittadini e dall’associazione “Genitori Tarantini” contro Ilva in Amministrazione straordinaria (As) e Acciaierie d’Italia in As, i giudici d’appello hanno confermato e rafforzato la chiusura dell’area a caldo. Hanno concesso un termine massimo di novanta giorni (fissando la scadenza per la chiusura definitiva a fine ottobre 2026) per bonificare l’amianto e rientrare nei limiti di sicurezza sulle polveri sottili, pena lo spegnimento coatto degli impianti.

L’Ordinanza di conferma della Corte d’appello di Milano (11 settembre-5 ottobre 2026) – La Corte d’appello ha respinto i ricorsi e le istanze di sospensiva presentate dai commissari straordinari di Ilva e da Acciaierie d’Italia, confermando in via definitiva l’obbligo di spegnere l’area a caldo entro la fine di ottobre 2026. Il collegio ha ribadito che il diritto alla salute dei cittadini prevale in modo assoluto sull’attività d’impresa e sulle perdite di carattere economico o occupazionale, certificando lo stato obsoleto e non a norma degli impianti.

Adesso analizziamo la valutazione del procuratore generale della Corte di Cassazione. Il punto fondamentale riguarda la presenza di amianto all’interno dello stabilimento. Nelle proprie decisioni la Corte d’appello di Milano aveva richiamato la priorità della tutela della salute rispetto alla produzione, sostenendo che l’ex Ilva determinasse conseguenze sulla salute e sull’ambiente sia attraverso le emissioni di polveri sottili sia per la presenza di amianto nei cowper degli altiforni. Invece la valutazione del procuratore generale della Cassazione attribuisce particolare rilevanza alla VIS predisposta dal gestore, dalla quale emerge che gli impianti non rappresentano attualmente un grave pericolo né per l’amianto né per le polveri sottili. Un rilievo particolare va fatto sulla presenza dell’amianto. Occorre in primo luogo chiarire che i cowper sono grandi impianti ausiliari usati negli altiforni, costituiti da enormi torri cilindriche riempite di mattoni refrattari: funzionano come scambiatori di calore rigenerativi per recuperare l’energia termica dei gas di scarto dell’altoforno e preriscaldano l’aria (chiamata “vento caldo”) immessa poi nell’altoforno ad altissime temperature, migliorando l’efficienza energetica del processo. Su questo punto il procuratore generale della Cassazione, esprimendo una valutazione differente da quella del procuratore della Corte di appello di Milano, ha osservato che l’amianto è collocato nei cowper e che non sussiste il pericolo di dispersione delle fibre. Ha quindi proposto alla Suprema Corte una rivalutazione del materiale probatorio relativo a questo aspetto.

Basterebbe questa differente valutazione per allarmare. Come ha confermato l’avvocato Maurizio Rizzo Striano, uno dei legali che segue la vicenda per conto dell’associazione “Genitori Tarantini”: “Non è positivo per noi. Naturalmente contesteremo questo parere e la Corte di Cassazione deciderà. Io resto fermamente convinto che il diritto è dalla nostra parte”. Per quanto un avvocato possa essere convinto che il diritto sia dalla parte dei comuni cittadini, è un dato di fatto che l’alta magistratura, attraverso un patto di ferro fondato sull’identità di classe con l’alta borghesia, consentirà a questa di continuare a far produrre profitto agli operai dello stabilimento siderurgico, in barba alla salute prima degli operai stessi e dopo dei cittadini tarantini. È un terribile monito, innanzitutto per gli operai, a non riporre speranze e fiducia negli uomini che applicano la legge borghese, per la quale punto di partenza e punto di arrivo è esclusivamente la tutela e salvaguarda del profitto padronale.
L.R.

Condividi sui social:

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.