Puntare il dito sulla Cassazione assolve i vecchi e nuovi gestori dell’acciaieria. Ora il minimo che gli operai possono pretendere, se sbattuti in cassa, è il salario pieno finché non riprenderà la produzione e poi il mantenimento del posto di lavoro per tutti. Vale come anticipo di un risarcimento per una vita passata nella fabbrica più inquinata e inquinante d’Europa.
“Abbiamo paura di entrare in quell’antro nero e pericoloso. Paura di ammalarci. Paura di entrare vivi, con i nostri piedi, e uscire morti, con i piedi in avanti. E questo ogni giorno che veniamo a lavorare. È un dramma terribile, che può capire solo chi è costretto a lavorare là dentro”. Sono le parole di un operaio dello stabilimento siderurgico dell’ex Ilva di Taranto, pronunciate qualche anno fa, quando gli operai scendevano a frotte dagli autobus che li raccoglievano nei paesi della Puglia centromeridionale e la fabbrica produceva acciaio a pieno ritmo. Parole di un operaio che parlava non a titolo personale, ma al plurale, a nome di tutti gli altri operai, interpretandone lo sgomento che li prendeva ogni volta che varcavano uno degli ingressi di una delle fabbriche più inquinate, inquinanti e pericolose d’Europa. Pericolose innanzitutto per gli stessi operai.
Gli operai dell’ex Ilva di Taranto non hanno mai amato il loro lavoro. Pienamente consapevoli dei rischi che correvano per la propria salute e la propria vita, lo hanno accettato come si sopporta un male necessario, il prezzo da pagare in cambio di un salario per vivere. Tutti, nessuno escluso, l’avrebbero volentieri scambiato per un altro lavoro più sicuro e meglio pagato. Lo hanno sempre detto, a chi ha voluto ascoltarli. Non si sono mai fatti paladini della produzione dell’acciaio, non hanno mai sbandierato qualche forma di presunto orgoglio per lavorare nell’impianto siderurgico più grande d’Europa.
Per tutte queste ragioni non piangono per la chiusura, decisa dalla Cassazione, dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico. Non piangerebbero neanche per la chiusura definitiva dell’intera fabbrica. Ciò che realmente li preoccupa è, nell’immediato, l’entrata in cassa integrazione per i prossimi mesi, almeno fino a giugno, e a media scadenza il rischio della perdita del posto di lavoro.
Tralasciando la storia dell’Italsider, nata nel 1960 e di proprietà pubblica (Iri), nella vicenda dell’ex Ilva nel suo complesso (sorta con la privatizzazione nel 1995 a favore della famiglia Riva) e dello stabilimento di Taranto in particolare, gli operai sono coloro che hanno dato di più e hanno perduto di più. I Riva e gli azionisti di ArcelorMittal hanno accumulato enormi profitti sullo sfruttamento di migliaia di operai. I commissari straordinari di Ilva in amministrazione straordinaria e di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, espressione del potere governativo statale, hanno goduto di ottimi stipendi. Le banche hanno lucrato sugli interessi dei capitali investiti. Ma né i primi e i secondi padroni privati, né i commissari straordinari e tanto meno i banchieri hanno voluto apportare adeguamenti all’area a caldo e tanto meno attuare una riconversione tecnologica più sostenibile sotto il profilo della tutela dell’ambiente e della prevenzione sanitaria. E in tale percorso sono stati costantemente appoggiati dai numerosi governi e funzionari nazionali, regionali e comunali di Taranto succedutisi negli ultimi 31 anni. L’area a caldo, così come è stata gestita, è risultata funzionale per decenni allo sfruttamento degli operai e alla produzione del profitto di cui tanti, in misura diversa, hanno goduto.
Eppure, pur rimanendo nell’ambito della produzione capitalistica e, quindi, dello sfruttamento del lavoro operaio, se i vari padroni privati e amministratori pubblici avessero voluto, l’area a caldo avrebbe potuto funzionare in maniera molto più pulita e molto meno inquinante e dannosa per la salute collettiva e in primo luogo degli operai. In Austria l’industria siderurgica è dominata dal colosso Voestalpine, la cui sede centrale e il principale stabilimento a ciclo integrale con area a caldo (parchi minerali, cokerie, altiforni e laminatoi), esattamente come a Taranto, si trovano proprio nella città, che conta circa 214.000 abitanti (Taranto ne comprende 186.000). Lo stabilimento siderurgico di Linz, anche sulla spinta di lotte di operai e ambientalisti, ha superato le gravi crisi di inquinamento degli anni ’70 grazie all’applicazione e al ricambio continuo di potenti filtri capaci di bloccare polveri sottili, diossine, benzene e benzoapirene. Invece allo stabilimento di Taranto questi filtri non sono mai stati adottati e i parchi minerari sono stati coperti, dopo numerose proteste di operai e cittadini comuni, solo fra il 2018 e il 2020.
A Taranto prima i Riva e dopo i commissari straordinari, ciascuno nel proprio ruolo, hanno evitato di introdurre tali sistemi di protezione e di rendere più compatibili produzione e salute per evitarne il costo e, quindi, per non vedersi ridurre profitti, privilegi ed elevati stipendi. Così hanno volontariamente costretto gli operai a lavorare nel rischio continuo e nel pericolo certo, e avvelenato operai e cittadini di Taranto e del circondario, con l’appoggio, è bene ripeterlo, di governi politici, di ogni colore, e tecnici. Padroni, amministratori e politici hanno portato alla chiusura dell’area a caldo e allo spegnimento degli altiforni e alla cassa integrazione per 8000 lavoratori, in grandissima parte operai. Essi devono rendere conto delle malattie, delle morti e della miseria che hanno colpito gli operai. La Cassazione ha solo preso atto di una condizione tecnologica ormai superata e fuori mercato (anche a Linz sono già stati introdotti i forni elettrici).
Complici diretti delle azioni delittuose di padroni, amministratori e politici sono stati anche i dirigenti sindacali a ogni livello. Essi sono responsabili di non aver mai organizzato serie lotte per condizioni di lavoro sane e rispettose di salute e ambiente, degli operai e della popolazione tarantina. Con il ricatto della produzione a ogni costo e della salvaguardia del posto di lavoro hanno costretto gli operai a lavorare in condizioni impossibili. E poi hanno sorvolato sulle malattie e sugli infortuni e persino sulle morti degli operai, sia quelle in fabbrica sia quelle causate dall’amianto e da veleni di ogni tipo. Hanno vissuto e prosperato su tavoli di lavoro e accordi fantasma. Come l’accordo sottoscritto lo scorso 27 ottobre dai cinque principali sindacati di categoria, Fiom Cgil, Fim Cisl, Uilm Uil, Usb e Ugl, con il governo Meloni. Un accordo in sette punti che definisce gli impegni del governo per il futuro dell’ex Ilva, concentrandosi sulla decarbonizzazione degli impianti, sulle tutele occupazionali per i lavoratori diretti e dell’appalto, e su una possibile e futura partecipazione pubblica nell’azienda. Chiacchiere per rabbonire gli operai spediti a casa. Aria fritta per tenerli buoni ed evitare forme di autorganizzazione su parole d’ordine come adesso il salario pieno per tutti gli operai finché non riprenderà la produzione e poi il mantenimento del posto di lavoro ugualmente per tutti.
In questa situazione i primi che i sindacati dovrebbero mobilitare sono gli operai. Eppure il 30 ottobre, in occasione dello sciopero generale indetto dall’Usb, il modesto corteo sfilato a Taranto era composto quasi completamente da studenti, degli operai neanche l’ombra. E al presidio dell’Usb davanti alla prefettura partecipavano i dirigenti e funzionari del sindacato, anche là non c’erano operai. L’Usb, è bene ricordarlo, convoca scioperi generali contro il carovita e la precarietà del lavoro, ma fra i poveri e precari di oggi ci sono anche i 3000 operai e impiegati che concorse a buttare fuori dall’Ilva con l’accordo del settembre 2018 che la cedette ad ArcelorMittal.
L.R.