Da Melfi a Pomigliano, per le fabbriche Stellantis e indotto, per tutte le altre fabbriche, una riflessione tra noi operai per cominciare ad organizzarci e agire
Per la situazione che viviamo nelle fabbriche, come operai ci rendiamo conto che si va sempre peggio. La crisi economica sta affossando i nostri salari e con essi le nostre condizioni di vita. Non solo, aumenta lo sfruttamento sul lavoro e tutte le sue forme più brutali vengono attuate.
Se rinunciamo a rialzare la testa, la situazione non potrà che peggiorare. Perciò non possiamo lasciare che prevalga la rassegnazione, fino a convincerci che nulla potrà mai cambiare della nostra condizione e nella nostra vita. Veniamo da anni in cui abbiamo smesso di lottare e i padroni ne hanno approfittato per sottometterci ancora di più e sottrarci quel che in passato avevamo saputo difendere.
Di fronte a questo arretramento siamo portati a spingere la rassegnazione ancora più a fondo. Eppure, i cambiamenti improvvisi che attraversano la società dovrebbero farci capire che neppure la nostra situazione attuale è immutabile. Cominciamo allora a trasformare la rassegnazione in confronto e discussione tra noi, in forme di organizzazione e poi in azioni concrete. Saremo noi stessi, voltandoci indietro, a sorprenderci di averla superata.
Non dobbiamo fare il gioco di chi vuole dividerci. I padroni hanno tutto l’interesse a metterci gli uni contro gli altri. A questo si aggiunge una frammentazione sindacale tale che, nelle fabbriche, ormai contiamo più sigle che operai al lavoro. Queste divisioni ostacolano la nostra unità.
Di tutto ciò che dobbiamo cominciare a cambiare, dai bassi salari, ai ritmi di lavoro, ai calendari, alla cassa integrazione usata in forma discriminatoria, alla sicurezza sulle linee e nei reparti, alle nuove forme contrattuali precarie, facciamo fronte comune invece di accusarci a vicenda. La concorrenza tra noi operai è esattamente ciò che vuole il padrone per indebolirci e sottometterci ancora di più. Siamo forti se siamo uniti.
Se restiamo invece divisi, prevalgono come adesso tra di noi forme di opportunismo e individualismo che sono il prodotto della lotta che il padrone conduce contro di noi per dividerci e metterci in concorrenza. Prendono il sopravvento proprio quando non riusciamo più a riconoscerci come una comunità che condivide gli stessi interessi.
Possiamo superarli se cominciamo a guardare le cose per quello che sono: siamo tutti sfruttati in fabbrica per arricchire il padrone, tutti sfruttati in quanto operai. Siamo una comunità di sfruttati e, per difenderci e migliorare la nostra condizione, dobbiamo unirci contro chi gestisce e organizza questo sfruttamento. Noi tutti da una parte, loro dall’altra.
In mezzo ci sono i sindacati. Dovrebbero rappresentare i nostri interessi, ma troppo spesso finiscono per essere strumenti nelle mani del padrone anziché nelle nostre: diventano complici delle sue decisioni e ostacolano persino i nostri sforzi per unirci.
La prima cosa da fare è smettere di considerare nemici gli operai iscritti ad altri sindacati, perché anche la divisione tra iscritti a sigle diverse fa il gioco del padrone. Ma l’unità da costruire è tra operai, non tra sigle sindacali. Dobbiamo quindi impegnarci a raggiungere questa unità indipendentemente dalla tessera che abbiamo in tasca.
I sindacati sono strumenti. Se ostacolano la nostra crescita, la nostra unità e la nostra capacità di difenderci in fabbrica, vanno scavalcati: a decidere dobbiamo essere noi operai, non i burocrati sindacali. Riprendendo a lottare per i nostri veri interessi scopriremo anche che sarà possibile costruire il sindacato che ci rappresenta, un sindacato operaio.
Che lo fonderemo dal basso o che ci prenderemo con la lotta quelli esistenti poco importa, saranno le condizioni che si determineranno a dircelo.
È ora che come operai cominciamo a ragionare su quel che serve a noi nell’immediato per riprendere in mano le nostre vite!
A.B.