EX ILVA, DALLO STATO AI PRIVATI E VICEVERSA. PER GLI OPERAI LA SOSTANZA NON CAMBIA

Non solo i sindacalisti, anche giornalisti alla Gabanelli insistono per la nazionalizzazione dell’ex ILVA in nome dell’interesse nazionale alla produzione di acciaio. Ma per gli operai ciò che conta sono le reali condizioni salariali e lavorative in cui saranno costretti a vendere la forza delle proprie braccia.

Non solo i sindacalisti, anche giornalisti alla Gabanelli insistono per la nazionalizzazione dell’ex ILVA in nome dell’interesse nazionale alla produzione di acciaio. Ma per gli operai ciò che conta sono le reali condizioni salariali e lavorative in cui saranno costretti a vendere la forza delle proprie braccia.

Mentre gli operai dell’ex Ilva di Taranto languono fra la cassa integrazione che li costringe a una vita di continue ristrettezze e il lavoro sfruttato in una fabbrica sempre più fatiscente e ad alta probabilità di incidenti mortali, intellettuali borghesi discettano sulle più recenti offerte di acquisto e rispolverano il vecchio mito della nazionalizzazione.
Questa volta è il turno di Milena Gabanelli, ex conduttrice di Report e giornalista stimata dal popolo benpensante della piccola borghesia di sinistra, la quale in un articolo sul Corriere della Sera, dopo aver ripercorso la storia dell’ex Ilva negli ultimi 14 anni, analizzato le proposte di acquisto di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria (attuale stato giuridico dell’ex Ilva) e concluso che sono offerte inaccettabili, lancia un appello al governo a nazionalizzare l’intera impresa siderurgica, e quindi in primo luogo lo stabilimento tarantino, che ne è la fabbrica più grande e rappresentativa.
Gabanelli scrive infatti: “E se alla fine – in mancanza di un acquirente ideale che non c’è – la soluzione fosse proprio il ritorno alle origini con la nazionalizzazione? Forse non hanno torto i sindacati quando chiedono di destinare i soldi pubblici alla tutela del lavoro e della salute con l’adeguamento degli impianti, per tornare a produrre in casa quell’acciaio di cui tanto abbiamo bisogno. Certo, il governo dovrebbe assumersi la responsabilità di fare il proprio mestiere elaborando un vero piano industriale e garantire quella continuità di gestione che è mancata in questi 14 anni”.

Poiché noi vediamo le vicende che riguardano gli operai dal punto di vista dei loro interessi, chiariamo innanzitutto che per gli operai non esiste un padrone ideale. Qualsiasi padrone, privato o pubblico, grande o piccolo, in quanto padrone sfrutta gli operai, si appropria di lavoro operaio non pagato, costringe gli operai alle condizioni salariali e lavorative che meglio gli consentono di potersi appropriare di quanto più lavoro non pagato gli è possibile. Perciò gli operai non preferiscono un padrone a un altro e non si arrovellano a scegliere quello “più capace”, ma con qualsiasi padrone hanno interesse ad affilare le armi della lotta in fabbrica per migliorare le proprie condizioni salariali e lavorative. Per gli operai, con qualsiasi padrone, gli obiettivi da perseguire sono la difesa del salario, la tutela della salute, la salvaguardia della pelle.

Eppure la risposta alla Gabanelli sta nella storia stessa dell’ex Ilva di Taranto degli ultimi 14 anni. Esattamente dal 2012, quando si è chiusa l’epoca dei padroni Riva con il primo sequestro preventivo dello stabilimento di Taranto disposto dal Gip per gravi violazioni ambientali. Da quando, nel 1995, l’Italsider venne privatizzata e acquisita dal gruppo Riva, mai come negli ultimi 14 anni lo Stato italiano è stato presente, in varie forme, nella gestione di questa impresa siderurgica. Da gennaio 2015 a settembre 2018 con la prima amministrazione straordinaria, prima dell’assegnazione ad ArcelorMittal. Dal 2021 al 2024 con la cogestione dell’acciaieria attraverso la partecipazione minoritaria (38%) di Invitalia al fianco di ArcelorMittal in Acciaierie d’Italia, società costituita proprio dopo l’ingresso del socio pubblico; dal marzo 2024, dopo l’addio di ArcelorMittal, a oggi attraverso la seconda amministrazione straordinaria. Ebbene in questi circa dieci anni le condizioni lavorative degli operai sono diventate sempre più difficili, persino drammatiche: da un lato mesi e anni interi di cassa integrazione, con falcidia conseguente dei salari, dall’altro peggioramento delle condizioni di lavoro in ambienti, soprattutto a Taranto, sempre più degradati e rischiosi, come è testimoniato dalla morte di sei operai e dai numerosi infortuni succedutisi in questi anni a danno degli operai, come peraltro accadeva ai tempi prima dell’Italsider, dopo dei Riva e più tardi di ArceloMittal. Nulla di diverso!

Ai giornalisti come Gabanelli, così come ai sindacati che lei cita, piace richiamare l’attenzione dello Stato sulla nazionalizzazione dell’impresa siderurgica, in nome dell’interesse nazionale alla produzione di acciaio. Accompagnano tale richiesta adombrando presunte tutele del lavoro e della salute e miglioramenti ambientali, senza tuttavia poterli specificare perché esistono solo nella loro mente. Agitano il guscio vuoto della nazionalizzazione come l’opzione migliore per tutti, Stato e operai. Così facendo esprimono invece solo gli interessi della borghesia nazionale di cui fanno parte. Invece per gli operai, costretti per mangiare e sopravvivere a vendere la forza delle braccia a un padrone, sia esso privato o pubblico, nella sostanza non cambia nulla. Per cui non si fanno paladini di nessun padrone!
L.R.

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