EX ILVA, SINDACATI E OPERAI ALLA PROVA DEI FATTI

Malgrado la seria minaccia di oltre 2500 licenziamenti, i dirigenti sindacali locali prendono tempo e masticano aria fritta. Gli operai accetteranno di farsi buttare nella miseria più nera come pecore al macello? O una reazione di forza costringerà tutti a finirla di giocare sulla loro pelle.

Malgrado la seria minaccia di oltre 2500 licenziamenti, i dirigenti sindacali locali prendono tempo e masticano aria fritta. Gli operai accetteranno di farsi buttare nella miseria più nera come pecore al macello? O una reazione di forza costringerà tutti a finirla di giocare sulla loro pelle.

E adesso che succederà a Taranto? Dopo che l’Aigi, l’associazione delle imprese dell’indotto-appalto ex Ilva di Taranto, ha trasmesso il 4 settembre ai sindacati le lettere relative alla procedura di licenziamento collettivo avviata da 28 imprese, che coinvolgerà oltre 2500 lavoratori, quasi tutti operai, Cgil, Cisl, Uil e Usb vorranno e sapranno organizzare una lotta seria per impedire i licenziamenti? Conosciamo, per esperienza diretta, l’insofferenza, per non dire l’avversione, dei dirigenti sindacali degli operai metalmeccanici verso serie lotte che prevedano parole d’ordine realmente a favore degli operai e presidi, occupazioni e manifestazioni di piazza come strumenti di pressione contro padroni, governi e commissari straordinari. Ma adesso non si parla più di cassa integrazione temporanea, a rotazione e così via. Bensì di oltre 2500 licenziamenti, di migliaia di operai buttati per strada. E se l’area a caldo dell’ex Ilva verrà davvero chiusa con lo spegnimento dell’ultimo altoforno, i licenziamenti riguarderanno anche migliaia di operai diretti dello stabilimento siderurgico. E allora?

E allora i dirigenti sindacali hanno già intrapreso le due storiche vie di fuga dalla lotta: prendere quanto più tempo possibile e nel frattempo masticare aria fritta e cercare di farla digerire agli operai stessi.
Per il momento sono stati “aiutati” dalla Corte d’Appello civile di Milano, che il 9 settembre, dopo l’udienza di discussione durata circa due ore, si è riservata di decidere, comunque a breve, sull’istanza, presentata da Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria, di sospensione in via d’urgenza dell’esecutività del decreto con cui, lo scorso luglio, i giudici di secondo grado milanesi, confermando in sostanza una decisione di primo grado, hanno disposto il blocco delle attività dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico tarantino da mettere in atto entro il 28 ottobre.
Un altro “aiuto” è venuto dal governo nazionale che, nel corso dell’incontro a Palazzo Chigi con le associazioni datoriali, cioè padronali, sull’ex Ilva di Taranto, ha invitato a sospendere le procedure di licenziamento annunciate nei giorni scorsi dalle aziende dell’indotto-appalto, almeno fino alla decisione definitiva della Corte d’Appello di Milano. Con una risposta positiva da parte delle associazioni maggiormente rappresentative delle imprese dell’indotto/appalto, che hanno deciso, “per senso di responsabilità”, di accogliere l’appello sospendendo temporaneamente le procedure.
E se le procedure di licenziamento fossero state avviate per fare pressione sui giudici di Milano ciò non cambierebbe le carte in tavola, perché, indipendentemente da tale decisione, il pericolo rimarrebbe.

E poi aria fritta, come quella masticata e cantata da Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil e Usb di Taranto, i cui dirigenti si sono riuniti in conferenza stampa nella sede dei metalmeccanici per chiedere di fermare le procedure di licenziamento e sollecitare il governo Meloni a dare risposte chiare sul futuro dello stabilimento siderurgico. Chiudendo l’incontro con l’invocazione alla rapida definizione di un quadro industriale. «Chiediamo decisioni chiare e definitive sul futuro di migliaia di lavoratori di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, dell’Ilva in amministrazione straordinaria e dell’indotto». Chiacchiere vuote e delega al governo sulle sorti degli operai. Se queste sono le premesse, di fronte al serio rischio di licenziamento collettivo, gli operai hanno veramente da preoccuparsi per il proprio futuro. Davvero accetteranno di farsi buttare nella miseria più nera come pecore al macello?

L.R.

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