CHE NE È DEGLI OPERAI IRANIANI?

Si doveva mettere in conto che l’aggressione USA- Israeliana all’IRAN avrebbe avuto come effetto lo smantellamento da parte del regime di ogni movimento di protesta interno. La propaganda contro i nemici esterni copre una repressione sempre più dura, inflazione e licenziamenti.

Si doveva mettere in conto che l’aggressione USA- Israeliana all’IRAN avrebbe avuto come effetto lo smantellamento da parte del regime di ogni movimento di protesta interno. La propaganda contro i nemici esterni copre una repressione sempre più dura, inflazione e licenziamenti.

Sono più di due mesi che non si hanno notizie dagli operai petroliferi iraniani, oltre che da altri gruppi di lavoratori. Il blocco di internet non è la sola causa del silenzio; la situazione drammatica per i ceti popolari nel paese è il fattore che frena la capacità di riorganizzazione dei lavoratori dopo i massacri del regime e dopo i bombardamenti di americani e sionisti salutati come liberatori da parte della borghesia commerciale di Teheran e altre città, salvo poi svegliarsi disillusa dalla mancata spallata al regime.
L’accesso a internet è un fatto di classe e le notizie dall’interno del paese arrivano ai siti esteri della diaspora filtrate da chi ha soldi e conoscenze per poter comprare a caro prezzo al mercato nero alcuni giga di traffico in rete.
Così, leggendo tra le righe che plaudono a Trump, Netanyahu e lo shah (scià), si ha notizia che i ceti popolari, e quindi anche gli operai, hanno sempre meno capacità di spesa per generi alimentari, medicinali e bollette a causa di inflazione galoppante e disoccupazione, soprattutto in edilizia dove circa 700mila operai, su 1.3 milioni, sono ingaggiati in nero e sono iniziati i licenziamenti. Ma anche i metalmeccanici della Iran Khodro, auto, e dei relativi fornitori di componenti stanno per essere lasciati a casa; licenziamenti anche per gli operai con meno di 15 anni di anzianità della siderurgica Mobarakeh, chiude la Pink filati e fibre sintetiche per mancanza di materie prime. Ai pensionati sono trattenute tutte le voci oltre la base, sono anni che protestano perché non ce la facevano già con la pensione piena. Continua poi la “tradizione” di pagare solo anticipi sul salario agli operai, il saldo poi anche sei mesi dopo. Nelle città invece molti giovani avevano delle attività tramite internet che non riescono più esercitare; commercianti di varie merci (auto, immobili, elettrodomestici ecc.), cambiavalute, sono fermi, i supermercati vuoti.
Inoltre, le fazioni1 che stanno misurandosi tra loro per conquistare la guida del regime tentano di essere presenti in qualche modo nella trattativa con gli americani per essere riconosciuti come controparte per la gestione del futuro assetto, quale esso sia, del paese. Sul fronte interno attivano i propri sostenitori preoccupati di anticipare una possibile nuova insorgenza della piazza: vengono generati frequenti posti di blocco nelle strade per filtrare il traffico e la notte organizzano manifestazioni e cortei rumorosi che lanciano slogan e invitano alla mobilitazione contro l’aggressione.
L’unico vero punto di unità tra i vari settori del regime al momento è l’esercizio della repressione ferrea fatta di delazioni e polizia affiancata da milizie che pullulano nei quartieri cittadini e nelle fabbriche, in particolare nei siti di estrazione e lavorazione del petrolio (merce di scambio che entra nelle trattative con gli americani), arresti notturni e ripresa delle esecuzioni di manifestanti di gennaio e presunte spie: subito al cessate il fuoco hanno impiccato due Mojahedin del Popolo per saggiare le minacce americane contro le esecuzioni: nessuna reazione e quindi le esecuzioni hanno ripreso ancora più intensamente seminando terrore (poche notizie di proteste di studenti per liberare colleghi incarcerati e di rivendicazioni di infermieri).
C’è da essere preoccupati per gli operai nei siti e nei porti lungo il Golfo che in quella situazione sono per di più esposti a nuovi possibili attacchi americani (l’isola di Kharg è già stata bombardata) e che, quando il paese raggiungerà uno status quo alla fine della guerra, saranno i primi a pagarne il costo perché qualsiasi vincitore dovrà spremere avidamente quanto più petrolio e gas possibili intensificando lo sfruttamento della forza lavoro.
Speriamo di avere migliori notizie presto.

In questa situazione tutte le parti in gioco, non solo iraniane ma anche internazionali, sgomitano per ritagliarsi una posizione di forza dalla quale agire non appena ci saranno sviluppi; è ritornato a galla anche il principe Reza Pahlavi, rottame della storia, che non avendo ottenuto l’investitura da Trump, lui si tiene gli affari in famiglia, cerca alleati che lo aiutino a “riportare” la democrazia nel paese, dice lui, e riprendersi i beni confiscati alla sua famiglia -ma questo lui non lo dice – e casomai riprendersi anche il trono. Dopo essersi assicurato ascolto da parte della corte di Netanyahu cerca sponde tra i politici europei preferibilmente le formazioni di destra; ha trovato ascolto anche nella politicanza italiana. Il 15 aprile ha incontrato un gruppo di parlamentari italiani,primo fra tutti il fascista Maurizio Gasparri, che deve averlo colpito tanto da menzionarlo in un comunicato stampa del 18/4, forse per le comuni frequentazioni sioniste. Non è dato sapere cosa si siano detti nella riunione, ma è pensabile che il rottame abbia fatto promesse per quando sarebbe stato rimesso a cavallo. Il capitalismo italiano, pubblico e privato, ha una tradizione di presenza in Iran e per i politici fare da ponte, come va di moda dire, c’è tutto da guadagnare (ammesso che un ente statale come ENI abbia bisogno di loro per i suoi affari e sopratutto ammesso che il rottame riesca a sfangarla).
Ma il rottame non è soddisfatto di come viene trattato nei media europei dai quali si sente censurato; in un messaggio diramato il 25/4 tramite il suo canale irancorg afferma che avrebbe parlato “direttamente al popolo d’Europa”. Subito servito: il popolo europeo di Milano ha sbattuto fuori dal corteo del 25 Aprile i suoi scagnozzi assieme ai provocatori della Brigata ebraica con i quali si accompagnano.
M.B.



1 le fazioni possono essere individuate a grandi linee nel modo seguente:
-religiosi, con base di massa nelle campagne e relazione privilegiata con i pasdaran. Hanno esportato miliardi di dollari. Al momento stanno piuttosto sullo sfondo in attesa di una soluzione dell’operatività del figlio di Khamenei ma anche per non essere costretti a prendere posizione prematuramente con una delle fazioni prima che il quadro politico sia in via di definizione
-pasdaran, creati dai religiosi, con le radici nelle campagne, si erano formati nella guerra contro l’Iraq acquisendo potere economico e politico oltre che militare; meglio equipaggiati dell’esercito. Sono considerati affidabili dai religiosi che invece sospettano della lealtà dell’esercito (corre voce che ci siano delle simpatie monarchiche). Hanno influenza sulle organizzazioni paramilitari come i basiji nelle università. Sembra che la mobilitazione contro gli aggressori li abbia galvanizzati e si muovano per rendersi indipendenti dalla tutela religiosa pur rispettandola formalmente
-burocrati di stato. Provengono dalla borghesia, alcuni passati anche dall’esperienza di comando nei pasdaran; sono i quadri civili che si barcamenano tra religiosi e pasdaran come i diplomatici che stanno conducendo le trattative con gli americani.
Tutti seguono le trattative.
Ne sono esclusi la borghesia commerciale che ha tendenze filo americane/israeliane e anche monarchiche, l’esercito che è politicamente passivo. Naturalmente esclusi, e repressi, operai e lavoratori, minoranze etniche/religiose.

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