PROMESSI NUOVI ALLOGGI IN DIECI ANNI, GLI SFRATTI SUBITO

Il piano casa del governo è il solito pastone propagandistico. La misura centrale è mettere in strada chi è stato sfrattato e non sa dove andare, i poveri. Così sperano di comprarsi i voti dei piccoli e grandi proprietari immobiliari che lucrano sugli affitti alle stelle.

Il piano casa del governo è il solito pastone propagandistico. La misura centrale è mettere in strada chi è stato sfrattato e non sa dove andare, i poveri. Così sperano di comprarsi i voti dei piccoli e grandi proprietari immobiliari che lucrano sugli affitti alle stelle.

300.000 famiglie in lista d’attesa di una casa “popolare”, ma che salgono a 650.000 se si include anche chi ha fatto domanda senza prospettive realistiche di assegnazione.
2.200.000 il numero di famiglie definite in condizioni di “povertà assoluta”.
Di fronte a questa situazione, il “piano casa” della Meloni “promette” 100.000 nuovi alloggi in dieci anni.
In queste cifre si riassume tutta l’inconsistenza dello strombazzato “piano casa” del governo.
Ma, a parte l’esiguo numero, queste nuove case sono solo sulla carta, e non per i poveri.

Il Piano si suddivide in tre parti.

Per la prima si prevede di recuperare 60.000 alloggi popolari che, per mancata manutenzione sono inabitabili, o occupati come sottolinea Salvini. Lo stesso Salvini parla di assegnare questi alloggi entro un anno a chi sta in graduatoria per le case popolari. E qui c’è la prima bugia: uno perché a detta di molti i fondi sono insufficienti; e due, perché tecnicamente il finanziamento di 970 milioni dello Stato è distribuito su più anni fino al 2030. Il governo parla anche di altri fondi da investire a riguardo, sempre in più anni, ma dovrebbero essere tolti dai piani di investimento a cui erano precedentemente destinati e che, se succede, chiaramente non verranno più attuati.

Il secondo livello concentra tutte le risorse di derivazione europea e nazionale destinate all’housing sociale (alloggi per chi ha redditi superiori alla soglia per le case popolari, ma che non può permettersi gli alti affitti attuali o un mutuo) e all’emergenza abitativa, per un ammontare complessivo, sulla carta, superiore a 3,6 miliardi di euro per trovare -così promettono- una sistemazione a giovani coppie, anziani, genitori separati, lavoratori in mobilità ed anche per piccola borghesia immiserita. Anche in questo caso andrebbero distolte risorse a disposizione delle amministrazioni periferiche per finanziare un progetto che definire poco chiaro è il minimo. Con la lotta conseguente fra bande di affaristi locali e centrali. Molti esponenti dei consigli comunali delle città più grandi sottolineano proprio questo come principale aspetto negativo del Piano: “Non si può pensare di risolvere il problema della casa con un Piano nazionale che di fatto si avvale di fondi già destinati ai Comuni per progetti di rigenerazione urbana”.

Il terzo livello prevede di affidare ai privati, con investimenti superiori al miliardo di euro, la costruzione di nuove case per il Piano. I progetti privati saranno resi veloci con un provvedimento unico di autorizzazione, che sostituisce le ordinarie procedure edilizie e urbanistiche. In cambio, il privato deve garantire che almeno il 70% degli alloggi realizzati sia edilizia convenzionata, venduta o affittata con uno sconto minimo del 33% rispetto al prezzo di mercato.
Anche in questo caso il prezzo calmierato è non definito, né definibile. Inoltre, affidarsi ai grandi squali dell’edilizia pone problemi ambientali e di speculazione edilizia come da tradizione.
Il fatto che Salvini avesse fatto inserire nel decreto una norma che consentiva di bypassare i controlli delle soprintendenze per velocizzare le costruzioni, poi frenato da Giuli, implica già in partenza problemi di questo tipo. Ricordiamo, come esempio, che tra i pochi votanti Lega nel Meridione, non a caso, la maggioranza è composta da gente che vuole il classico “condono” per abusi edilizi.
Queste case “calmierate” potranno essere comprate o affittate da persone o nuclei familiari con un reddito superiore a quello richiesto dalle famiglie in graduatoria per abitazioni popolari. Quindi non la fascia consistente di poveri che hanno bisogno di casa, ma, anche qui, soprattutto settori della piccola borghesia.

Come si vede molte chiacchiere, ma poca sostanza. Pochi fondi da investire, perlopiù distolti da altri progetti, affidamento ai privati (e questi sì che ci guadagneranno), e, in definitiva, poche case nuove. In compenso nel Piano Casa viene costantemente sottolineato che il patrimonio delle case popolari deve essere venduto per pagare i debiti dello Stato.
La sostanza la troviamo in un provvedimento parallelo al “piano casa”: con un decreto il governo stabilisce dieci giorni per lo sfratto, trenta per l’esecuzione, una sola possibilità di rinvio e solo per categorie fragili. È questo il cuore della proposta di legge nota come “sfratto lampo”, inserita nel contesto del Decreto Sicurezza 2025-2026 con il DDL n. 1610, attualmente in discussione al Senato. L’obiettivo dichiarato è ridurre drasticamente i tempi per la restituzione degli immobili occupati da inquilini morosi o senza titolo.
“Con Fratelli d’Italia il tempo dell’indulgenza è finito”, assicura la deputata meloniana Alice Buonguerrieri. La legge Sgomberi “tutela la proprietà privata”, ricorda Buonguerrieri che si è detta soddisfatta per il fatto che il governo abbia preso come punto di riferimento la sua proposta di legge sugli sfratti elaborata su “suggerimenti” arrivati da Confedilizia, l’organizzazione dei proprietari di immobili.
Invece di costruire realmente nuove case per i poveri, i soliti forcaioli della destra, aumenteranno la massa dei senza casa.
Ipocritamente, per mettere una pezza a questa misura, viene rifinanziato il Fondo per morosità incolpevole, istituito dal D.L. 102/2013 anche per il 2026 con uno stanziamento di 20 milioni di euro che risolverà poco.
Il Fondo è destinato agli inquilini che hanno ricevuto un atto di intimazione di sfratto per morosità, ma che non riescono a pagare l’affitto a causa di una perdita o consistente riduzione del reddito sopravvenuta durante il rapporto locatizio – licenziamento, malattia grave, cassa integrazione. Ma c’è sempre lo sfratto lampo pronto a risolvere eventuali problemi di bilancio familiare.
Il problema della mancanza di case per le classi subalterne è stato affrontato con esiti positivi solo in periodi storici particolari. Si comincia a costruire case popolari all’inizio del 900. Si ha un ulteriore grosso sviluppo del settore subito dopo la seconda guerra mondiale. L’ultimo periodo di grosse costruzioni si ha negli anni settanta. Tutti periodi in cui gli operai sono riusciti a far sentire la loro forza e pressione sui governi dei padroni.
F. R.

Condividi sui social:

Comments Closed

Comments are closed. You will not be able to post a comment in this post.