ELECTROLUX, RICOMINCIANO I BALLETTI AI TAVOLI MINISTERIALI

Un piano da 1700 licenziamenti, la risposta si centrerà sui soliti tavoli romani conditi, a parole, di tanta solidarietà politico istituzionale, o qualcos’altro? Dipenderà da come gli operai, oltre i capi sindacali compromessi, oltre le promesse di ricollocazione fasulle, reagiranno.

Un piano da 1700 licenziamenti, la risposta si centrerà sui soliti tavoli romani conditi, a parole, di tanta solidarietà politico istituzionale, o qualcos’altro? Dipenderà da come gli operai, oltre i capi sindacali compromessi, oltre le promesse di ricollocazione fasulle, reagiranno.

Nel linguaggio aziendale, padronale, viene chiamato “processo di ottimizzazione” o “piano di riassetto”. Sono le formule che si pronunciano negli incontri tra aziende e sindacati per dire che le fabbriche chiudono e gli operai vanno per strada. Electrolux ha annunciato il suo bel piano di ottimizzazione: lo stabilimento di Forlì verrà dimezzato, la fabbrica di Cerreto d’Esi salterà totalmente; e in totale si prevedono 1700 esuberi in tutti gli stabilimenti italiani del gruppo. I sindacati hanno chiesto al ministro Urso di convocare al più presto un tavolo e hanno proclamato 8 ore di sciopero. Un altro tavolo che si aggiunge nell’affollatissima sede del ministero dello sviluppo economico, dove dagli attuali tavoli in cui si discute delle crisi industriali gli operai non hanno ottenuto nulla. Basta vedere in che condizioni sono gli operai della Beko, ex-Whirlpool, gli operai dell’Ilva o gli operai dell’indotto Stellantis. Scioperi che arrivano sempre quando le aziende hanno già tracciato il futuro dei loro piani industriali, quando i cancelli si chiudono e arriva l’ora dei licenziamenti, e che hanno il passo tardivo e calcolato, timido e goffo, di chi non pensa ad un’ulteriore tappa nell’ambito della lunga battaglia per le rivendicazioni degli operai come classe, ma ad una prassi da compiere, quasi un dovere istituzionale da ritenere assolto, per non finire magari travolti dalla rabbia degli operai stessi.

Dietro le decisioni di Electrolux si muovono gli interessi degli azionisti che la controllano, tra tutti il fondo finanziario americano BlackRock – chi ha seguito la chiusura del sito GKN di Firenze ricorderà questo nome – che sta cercando di “snellire” un altro suo asset industriale per renderlo appetibile a dei compratori cinesi. Anche quando il capitale finanziario non era egemone, caratteristica propria dell’imperialismo, la vita degli operai era legata al salario che i padroni garantiscono fino a che i profitti crescono, estorcendo soldi e tempo dal processo produttivo del lavoro operaio. È ancora così, non è cambiata la sostanza dei rapporti materiali capitalistici, tra chi si arricchisce non lavorando e chi diventa povero lavorando, tra chi detiene i mezzi di produzione e chi può vivere solo vendendo a questi le proprie braccia per un salario, ad essere cambiati sono i centri di potere, le strutture di comando, la geografia degli investimenti, i processi decisionali. Un fondo di investimento come BlackRock tratta le imprese industriali come prodotti di investimenti finanziari: non acquisisce per produrre direttamente o per custodire un marchio nel lungo periodo, ma per garantire rendimenti immediati agli azionisti. Il cosiddetto “rilancio” dell’azienda è un susseguirsi di tagli, riduzione dei costi e sacrifici imposti alla forza lavoro. Gli operai diventano il prezzo umano della valorizzazione del capitale finanziario: si eliminano i “rami secchi”, per poi monetizzare attraverso la cessione dell’azienda, presentata sul mercato come più redditizia dopo l’operazione di “pulizia” industriale.

Nel marasma del mercato internazionale, sindacalisti e politici organici al sistema di arricchimento dei padroni puntano il dito contro le delocalizzazioni, cercando di instillare negli operai l’idea che siano esse il nemico da combattere e non la classe dei padroni che si avvale anche di questo strumento, agendo ovunque allo stesso modo, predando cioè risorse, sfruttando e licenziando gli operai. I sindacati della vertenza Electrolux dicono che bisogna fermare il processo di delocalizzazione in Polonia. Ma proprio nello stesso settore del ‘bianco’, l’industria degli elettrodomestici, la multinazionale Beko, che ha acquisito anche gli stabilimenti Whirlpool in Italia, sta licenziando in Polonia, 1800 operai in totale, tra le fabbriche di Łódź e Breslavia. Non hanno fatto certamente la bella vita gli operai polacchi, al posto di quelli italiani, quando è arrivata la Beko, e non hanno avuto scampo neanche loro alle decisioni dei vertici aziendali. Ovunque, e in solidarietà tra gli uni e gli altri, va organizzata invece la resistenza operaia contro il comune nemico che si muove tra i confini avendo come unica priorità il proprio arricchimento ottenuto per il tramite del maggior sfruttamento della forza lavoro. Invece di pensare alla Polonia, i sindacati italiani avrebbero potuto organizzare la lotta negli stabilimenti italiani quando Electrolux aumentava i ritmi di produzione: nel 2023 nello stabilimento di Solaro (Milano) sindacati e azienda hanno sottoscritto un piano per aumentare il numero dei pezzi prodotti all’ora (da 90 a 108 lavastoviglie) mantenendo tuttavia lo stesso misero salario; oppure quando Electrolux assumeva con contratti precari, come i 200 operai a tempo determinato che si contano tra i vari stabilimenti; oppure quando dalle casse pubbliche arrivavano bonus a pioggia (i famosi “bonus elettrodomestici”) e gli oltre 12 milioni di euro di contributi che i governi hanno regalato all’Electrolux in cambio di chiacchiere e promesse, che in queste ore stanno diventando tagli e licenziamenti.

Il processo di ristrutturazione avviato da Electrolux era già noto alla politica e ai sindacati, anche se adesso tutti sembrano cascare dalle nuvole: solo due anni fa l’azienda aveva dichiarato 373 esuberi, arrivando poi ad un accordo su uscite incentivate (licenziamenti mascherati) e contratti di solidarietà nei siti di Porcia e Forlì. Non venissero perciò a raccontarci che questo nuovo piano di tagli è un fulmine a ciel sereno. Tutti i titoli sulla vicenda Electrolux si concentrano sull’ennesimo caso di un’impresa che, dopo aver beneficiato di milioni di euro di finanziamenti pubblici, decide di ridimensionare la propria presenza industriale e chiudere gli stabilimenti. L’indignazione è unanime e si torna a urlare “basta con prendi i soldi e scappa”. Poi però quando si abbassano le telecamere e si aprono i tavoli di trattativa il dibattito torna sempre sugli stessi binari: rendere il Paese più “competitivo”, con nuovi incentivi pubblici, ulteriori riduzioni del costo del lavoro, agevolazioni fiscali, sostegni alla ricerca e allo sviluppo. In altre parole, altro denaro pubblico destinato alle imprese nella speranza che continuino a mantenere aperte le fabbriche in Italia. In questo schema, che politici e sindacalisti portano avanti da sempre, c’è un elemento che resta immutato: i profitti d’impresa devono essere preservati a ogni costo. Nessuno mette in discussione i lauti guadagni dei grandi gruppi industriali e finanziari, nessuno che ponga il problema che a perderci adesso devono essere i padroni e non più gli operai e che su questo principio agisca di conseguenza.

E certamente non possono essere gli stessi soggetti che, in tutti questi anni, non hanno mai realmente messo in discussione nulla nelle fabbriche ad avviare oggi un conflitto radicale contro le decisioni dei vertici Electrolux. La spinta deve partire dagli operai. Negli stabilimenti Electrolux, da Susegana a Forlì, esistono esperienze e risorse capaci di costruire una mobilitazione vera, in grado di produrre quella rottura necessaria per evitare l’ennesima vertenza destinata a consumarsi nell’agonia dei tavoli ministeriali o nelle rituali fiaccolate sindacali. Serve qualcosa di diverso. Da anni i grandi gruppi industriali fanno ciò che vogliono: riducono i salari, ampliano il lavoro precario, aumentano ritmi e produttività, tagliano e licenziano. Per invertire questa tendenza occorre ricostruire forza collettiva e capacità organizzativa, così da imporre rapporti di forza che costringano queste aziende a misurarsi con gli interessi della collettività operaia. Gli operai della Electrolux possono essere protagonisti di questo percorso.
A.B.

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