I cinque giovani, bianchi, italianissimi hanno avuto dei buoni maestri in Salvini, Vannacci e soci. Colpire a morte un nero, bracciante è sembrata loro la giusta conclusione di una giornata da sbandati. Altro che morte inspiegabile, lo sfondo è la famosa remigrazione.
Bakari Sako, cameriere, operaio manovale, infine operaio bracciante agricolo nel tarantino, 35 anni di origine maliana è stato ammazzato a coltellate da 5 giovani italiani originari di Taranto alle 5:20 del mattino di sabato 9 maggio 2026. Quello che gli ha inferto i colpi mortali ha solo 15 anni e insieme ai suoi compagni dopo aver passato la notte del venerdì di fine settimana per le strade della città avevano pensato bene di passare per un ultimo bar prima di andare a dormire. Bakari Sako, come tutte le mattine alzatosi all’alba, si stava invece recando “a faticare” nelle campagne di Massafra e aveva pensato bene di far colazione allo stesso bar.
Altre volte festaioli del fine settimana si sono incrociati sulle strade con operai che iniziano a lavorare. La morte nello scontro degli automezzi o nell’investimento li accomuna, apparentemente, e sembrano tutti uguali di fronte al tragico destino. Anche se i primi sono spesso un po’ troppo alterati dai bagordi e portano la responsabilità della morte dei secondi, i quali hanno la sola colpa di non aver mezzi di sostentamento se non quello che i padroni gli forniscono in cambio della loro vita di lavoro, e questo li obbliga ad alzarsi dal letto quando gli altri vi si stanno recando dopo il divertimento. Questa volta però i festaioli sono dei giovani italiani razzisti, anche se nessuno sui media ne rimarcherà il fatto, e non proprio per caso ma per il colore della pelle hanno “incrociato” il malcapitato operaio.
La vicenda, all’inizio, viene presentata persino come una lite tra balordi, tra bande rivali. Il barista li aveva allontanati tutti dal bar – si dice – come si fa con gli ubriachi molesti. Poi si scoprirà che conosceva benissimo i giovani aggressori e si è ben guardato dal fermarli, di chiamare soccorsi e polizia, fino a quando non era ben lampante che Sako fosse morto. La giovanissima età degli aggressori, il disagio sociale, l’abbandono scolastico, gli interventi degli assistenti sociali fanno derubricare la colpevolezza degli assassini a un gesto frutto di stupidità e incapacità di valutazione delle gravi conseguenze che poteva ed ha arrecato. Ma non è così, e non tanto per i giovani esecutori, quanto per ben altri responsabili dell’omicidio che nessuno cerca e che tutti fanno finta non esistano.
Ma andiamo per ordine. L’uccisione di Sako avviene all’alba di sabato, i giornali di quel giorno sono in pratica già in edicola. La notizia però non trova spazio nemmeno in quelli di domenica 10 maggio. Bisogna aspettare 48 ore ed il Corriere della Sera di lunedì 11 maggio per averla sui giornali, senza commenti nè analisi. Per un commento del solito Gramellini (titolo: Morire così) bisognerà aspettare una settimana esatta, il sabato successivo 16 maggio – e vale la pena di leggerlo per intero per vedere come l’arguto, in punta di penna scrittore del Corriere sia questa volta incapace di cogliere che cosa davvero sia successo, quell’alba, in quella piazza di Taranto. Su il Manifesto o il Fatto Quotidiano non si trova la notizia, né sul Messaggero per il centro-sud Italia neanche il lunedì 11. E si capisce, sono tutti presi con Sempio e il delitto di Garlasco o l’hantavirus della crociera da 25 mila dollari, o la Minetti. Allo stesso silenzio si attengono i politici di tutti gli schieramenti. A quelli di destra fa comodo non occuparsene, anche qui si capisce, gli esecutori dell’omicidio sono tutti “bianchi e italianissmi”. Ma anche quelli di sinistra lasciano perdere, i giovani vengono da quel sottoproletariato e da quel disagio sociale che a Taranto si taglia a fette e di cui sono tutti colpevoli. Dei ragazzi che sfogano la loro rabbia e violenza contro un nero secondo cliché razzisti e nel solco della destra fascista, o di Vannacci, o della Lega conviene se ne occupino al più i preti o qualche sociologo.
Infatti così succede, sui social, nelle comunità che si occupano di immigrati, tra le associazioni di natura pretesca si alzano voci di sdegno, non urla però, sottovoce. Il 14 maggio viene organizzata a Taranto, nella piazza dove si è consumato l’omicidio, una manifestazione di protesta e di solidarietà con i familiari del bracciante ucciso, con l’ampia partecipazione di migliaia di immigrati che si spaccano la schiena nel tarantino. Tra i messaggi più forti: “Provate a immaginare se la vittima non fosse stata una di noi, ma un bianco”. Magari un operaio italiano che si recava in fabbrica per il primo turno – aggiungiamo noi – e fosse caduto vittima di una banda di 4 giovani immigrati. Non solo ne sarebbe scaturita ben altra attenzione mediatica e dei politici, soprattutto della destra che ormai sostiene apertamente la remigrazione. E si badi bene, non per il valore della vita umana di quell’operaio, per quello in Italia parlano chiaro i più di mille operaicidi, ma per sola propaganda razzista della destra. Insomma in quel caso, sarebbero persino partite delle ronde per la ricerca dei responsabili, usando proprio per manovalanza delle squadracce quel sottoproletariato che il degrado di questa società partorisce in misura proporzionale alla crisi.
La denuncia su un’Italia malata di razzismo, è interessante, non c’è dubbio, tuttavia siamo ancora entro gli stretti confini che questa società può permettersi di elaborare, confinata a questioni di discriminazione razziale, al colore della pelle. Questioni sociali che qualche benpensante borghese alla Gramellini si può permettere, giustamente etichettandole come “assurde” e superate, generatrici di “morti assurde e incomprensibili” di “figli dell’incuria e della strada”. La radicalità si ferma però lì, alla condanna del razzismo, detta pure sottovoce, senza chiudere definitivamente, ad esempio il bar dove la tragica morte di Sako si è consumata, nell’indifferenza dei presenti.
Poichè tuttavia gli altri, gli altri alla Vannacci e Salvini, sostengono che è un buonismo snob da salotti perbene che non vengono toccati da chi delinque, che occorrano invece le maniere forti – e sfruttando casi come il pazzo di Modena, peraltro cittadino italiano, invocano la radicale espulsione -, quando poi dei giovani prendono alla lettera queste parole e agiscono commettendo omicidio, non c’è dunque una vera responsabilità se non materiale, almeno morale, da cercare lì in alto, in questi “buoni maestri”? Invece nessuno in questo caso, come in altri casi di violenza razziale, anche ad opera della polizia, ai “buoni maestri” ha la forza e il coraggio di rinfacciare di essere i veri mandanti dell’omicidio di Sako. Davanti al giudice per i 5 ragazzi bisognerebbe portare anche chi li ha spinti ad accoltellare Sako, i propugnatori di quella stessa violenza, teorizzatori dell’idea che “eliminare” gli immigrati, eliminare il povero più povero di te, ti emancipi dalla vita di merda che ti costringono a vivere, ti permetta l’ascesa sociale.
A un solo giorno dell’episodio di Modena pagine e pagine di giornali per capire cosa è passata nella testa del pazzo che si è lanciato sulla folla. Dopo una settimana dall’uccisione di Sako, nessuno che accusa i mandanti sociali di quell’omicidio, e nessuno che si chieda come 5 ragazzi, 4 minorenni, abbiano potuto senza remora colpire a morte un operaio bracciante nero. Dovrebbero chiedersi come sia possibile che si dia così poco valore alla vita di un uomo, ma si scoprirebbe che è lo stesso poco valore che si dà a qualsiasi altro operaio, utile solo finché la sua vita (lavorativa), il suo utilizzo procuri un profitto al padrone che lo impiega, inutile e scaricabile come vita non utile quando ciò non avviene più.
Per capire meglio la questione dobbiamo ricorrere anche noi a una inversione delle situazioni.
Provate a immaginare se la vittima non fosse stata un povero operaio bracciante ma un ricco padrone borghese. E già scoprirete che le due vite hanno valori diversi. Ma non solo, immaginate ora che 4 operai, magari 4 giovani immigrati che finito il turno di notte prima di andare a dormire, passando da una piazza per una colazione al bar avessero deciso di attaccare lite, magari non gratuitamente con uno sconosciuto ma proprio con un individuato e odiato “padroncino” reo di angherie costanti, e l’avessero alla fine accoltellato. Non sarebbero passati due giorni perché i giornali decidessero di occuparsene. Il sabato pomeriggio stesso il Corsera sarebbe uscito con una edizione serale straordinaria vecchia maniera. E di fronte alla giovane e rabbiosa violenza dei giovani operai si sarebbero scatenati nel ricercare qui i “cattivi maestri” che del gesto ne avessero ipotizzato la possibilità.
“La motivazione ideologica”delle azioni della “banda giovanile”, caro Gramellini, non è vero che non c’è.
Da una parte è da cercarsi nel razzismo utilizzato per dare sfogo alla rabbia di una piccola borghesia impoverita dalla crisi e di un sottoproletariato urbano su un nemico apparente, il nero disposto a scendere ancora più in basso nella scala sociale. E questa motivazione ideologica, storicamente di tipo fascista, ha dei “buoni maestri”, e ciò fa di quest’ultimi dei veri e propri mandanti di queste azioni delittuose.
Da un’altra parte, però, è da cercarsi proprio nella svalorizzazione della vita di un operaio, vuoi per concorrenza della sua merce, vuoi per il rapporto di classe vigente in questa società che fa della vita dell’operaio singolarmente presa una nullità nei confronti di quella delle classi superiori.
Si può “morire così” se si è operaio bracciante nero, in una società che non dà alcun valore alla tua vita di operaio, capace di abbandonarti sul lato della strada quando non ha più alcun bisogno di te, del tuo lavoro. Quei 5 ragazzini hanno fatto loro questa “ideologia” sociale, ben più di quanto si possa immaginare.
R.P.
Morire così
di Massimo Gramellini, Corriere della Sera 16/5/2026
Bakari Sako è morto in una piazza italiana, all’alba di un sabato, per mano di gente che non conosceva e che non lo conosceva. Ed è morto mentre andava al lavoro, per mano di gente che non era ancora andata a dormire. Immagino che Bakari, un bracciante agricolo nato in Mali e in attesa di diventare padre per la prima volta, abbia trascorso gli ultimi minuti della sua vita a chiedersi perché. Perché mi insultano, mi buttano a terra, mi prendono a pugni, a calci, a coltellate? Che cosa avrò mai fatto di male a questi ragazzini, in che modo li avrò provocati o offesi? Davvero questa fine assurda, che fa di mio figlio un orfano prima ancora di venire al mondo, dipende esclusivamente dalla pigmentazione della mia pelle? Magari, se avessimo preso un caffè insieme, avremmo scoperto di tifare la stessa squadra, di preferire il cornetto alla marmellata a quello alla crema, di sentirci tutti abbastanza incompresi, abbastanza disperati, abbastanza umani. Invece insulti, calci, pugni, coltelli. E, dopo, neanche un fiore nel punto in cui è morto. Neanche un dibattito. Niente. La notizia della morte di Bakari Sako è stata inghiottita e digerita come qualcosa di marginale e al tempo stesso di ineluttabile. Forse sarebbe stato diverso se quei ragazzini avessero avuto una cupa motivazione ideologica, mentre sono figli dell’incuria e della strada, dove hanno finito per convincersi che aggredire i diversi — i più deboli — sia l’unico modo per ottenere il rispetto o almeno l’attenzione dei più forti.
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