Dove sono finiti i tanto sbandierati aumenti contrattuali? Sono stati azzerati dall’inflazione. Confindustria e capi sindacali dissero che era un buon contratto. Si sta rivelando invece incapace di difendere il salario reale mentre i profitti corrono. I sindacalisti che firmarono quel contratto hanno fallito il loro compito.
Caro Operai Contro, al 1° giugno 2026 entra nelle buste paga dei metalmeccanici dell’industria privata, il secondo aumento del contratto nazionale di lavoro, firmato a novembre 2025, con un ritardo di 18 mesi essendo scaduto a giugno 2024. Per gli operai il secondo aumento mensile varia dai 42,91 euro al livello più basso, sale a 47,59 del penultimo, poi 48,61 del terzultimo, e arriva a 53,17 per gli operai specializzati inquadrati al C3 (ex 5° livello).
L’ importo di riferimento è il tanto decantato risultato del contratto, l’ “aumento medio” di euro 205, 32 in 4 tranche (giugno 2025 – 2028) ottenuto dalla categoria col rinnovo e corrisponde al livello retributivo degli operai specializzati C3 (ex 5° livello) ovviamente scende per gli operai dei livelli sottostanti.
4 aumenti in 4 anni. Il primo di questi (restiamo al “modello” C3 ex 5° livello) scattato il 1° giugno 2025, è stato di euro 27,70, somma che (escluso il Benefit Welfare che non rientra nella composizione dei minimi salariali contrattuali) di fatto comprendeva anche i 18 mesi di mancato rinnovo, e fissava per questo livello, il minimo tabellare mensile a quella data, in euro 2.158,26. (Quindi sottraendo i 27,70 euro, si ottiene il minimo tabellare del medesimo livello, 2.130,56 euro, alla scadenza del contratto, giugno 2024).
Con l’aumento del 1° giugno 2026 di 53,17 euro, il nuovo minimo tabellare mensile è fissato in euro 2.211,43. La differenza tra i 2 minimi tabellari, ossia giugno 2024, (scadenza vecchio contratto) giugno 2026 fino giugno 2027 (escluso il 3° aumento che scatterà in quella data) dice che il recupero salariale dei minimi tabellari dei metalmeccanici è del 3,79% fino alla fine dei 3 anni, giugno 2027.
Siamo ben lontani dal recuperare l’inflazione, che, pur tenendo conto degli aumenti contrattuali vede in questi giorni, la media del potere d’acquisto dei salario reale in Italia, sotto dell’8% rispetto i livelli del 2019 (Istat).
Gli aumenti salariali che ci costarono scioperi e manifestazioni, per come vennero quantificati, non recuperano il divario con l’inflazione (che sta tornando a scostarsi dal preventivato), e insieme alle perdite accumulate negli anni precedenti, divora i salari lasciando semivuoto il carrello della spesa.
Nel 2024 il carrello della spesa ha segnato più 2% e risentiva ancora del +9,5% dell’anno prima. Nel 2025 è stato all’1,9%. Oggi 2026 è al 2,5%. Poi ci sono gli altri rincari, con in testa carburanti, bollette di luce e gas ecc.
Una situazione generale che richiede il collegamento e la piena attenzione da parte operaia, nei e fra posti di lavoro. Precondizione che può permettere di riprendere la lotta per il salario in qualsiasi momento.
Saluti Oxervator.
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