Orsini, il presidente di Confindustria ha denunciato salari troppo bassi, come se loro, i padroni, non ne fossero i diretti responsabili. L’obiettivo è chiaro: sia lo Stato ad integrarli con l’intervento fiscale, così “loro” si garantiscono i profitti e il consumatore operaio ha qualche briciola in più, che si paga lui stesso attraverso una riduzione dei servizi sociali.
Sembra assurdo, ma a parlare di salari troppo bassi è stato il presidente di Confindustria, Orsini. Non allo stesso modo e per le stesse finalità di chi con quel salario da fame deve riuscire a sopravvivere.
È successo all’assemblea annuale di Confindustria qualche giorno fa, e se qualcuno se lo stesse chiedendo, no, il portavoce dei padroni italiani non si è scoperto improvvisamente amico degli operai. Orsini ha parlato di salari cercando una via per scaricare, ancora una volta, i costi d’impresa allo Stato e quindi, indirettamente, agli stessi lavoratori.
Il suo discorso prende avvio dai contratti. Nella sua relazione rivendica il fatto che il governo abbia recepito le indicazioni di Confindustria introducendo il criterio del cosiddetto “salario giusto”, prendendo a riferimento i contratti nazionali firmati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative, che secondo loro dovrebbero contrastare i contratti pirata e le forme di sfruttamento più selvagge.
In realtà quel criterio serve soprattutto a legittimare salari già oggi insufficienti, utilizzando proprio quei contratti che le organizzazioni sindacali confederali hanno firmato negli anni accettando continui arretramenti e piegandosi alle esigenze delle controparti aziendali. Contratti che hanno certificato il progressivo impoverimento operaio mentre il costo della vita continuava a salire.
Oggi però Orsini rilancia e alza ulteriormente l’asticella. Non si accontenta del criterio del finto “salario giusto” che hanno imposto. Lo dice apertamente: “i nostri migliori contratti non bastano”. E certo che non bastano: agli operai non bastano per vivere, ai padroni non bastano per aumentare i profitti. E per questo chiede un intervento pubblico.
“La questione salariale è aperta, ci sono salari troppo bassi, ma noi con i nostri migliori contratti, non possiamo risolverla da soli”. Questo il messaggio che Orsini rivolge direttamente al governo e a tutti i rappresentanti istituzionali seduti in platea ad ascoltarlo. Il senso delle sue parole è chiarissimo: i padroni non hanno alcuna intenzione di tirare fuori un euro dai loro profitti per aumentare i salari operai. Certo, salari leggermente più alti farebbero anche comodo alle imprese, perché con consumi al palo e domanda in calo l’intera economia è rallentata. Ma il conto non devono pagarlo loro. I profitti non si toccano.
E infatti, subito dopo aggiunge che le imprese si trovano a fronteggiare l’aumento dei costi energetici, a sostenere gli investimenti, ad innovare per restare competitivi. I soldi servono alle imprese per continuare a fare profitti, non per aumentare le paghe degli operai. Una parte del plusvalore estratto dal lavoro operaio che finisce nella fiscalità generale deve tornare nelle aziende sotto forma di investimenti, non nelle tasche di chi quel valore lo produce ogni giorno.
Ma i padroni puntano soprattutto ad un’altra cosa: pretendono che quegli investimenti li faccia il capitalista collettivo, cioè lo Stato, al posto loro. Non a caso diversi studi economici e finanziari hanno mostrato in questi anni come solo una quota minima (un quinto) dei profitti aziendali sia stata destinata agli investimenti produttivi, mentre la parte enorme restante è finita nella distribuzione ai soci e nella rendita finanziaria. I padroni chiedono più investimenti, ma vogliono che siano pagati con soldi pubblici, cioè con altra ricchezza prelevata dalla fiscalità generale e quindi anche dal salario nominale lordo dei lavoratori. È questo il vero interesse di Confindustria quando parla di salari operai.
In tempi di crisi economica i padroni chiedono allo Stato di intervenire in loro soccorso. Dietro quel “non possiamo risolverla da soli” c’è la richiesta di socializzare i costi delle imprese: energia, investimenti, innovazione. In pratica: pagateci voi ciò che dovremmo pagare noi. Lo Stato aiuti le imprese a mantenere i margini di profitto e magari, un domani, si discuterà anche di salari.
È il solito ricatto. Soldi pubblici ai padroni in cambio della promessa di migliori condizioni per i lavoratori. Promessa che puntualmente viene disattesa appena arrivano i soldi. Cose che ben conosciamo e che abbiamo già visto quando si discute di ristrutturazioni e riconversioni produttive, con l’impegno ad assumere gli operai licenziati, dopo aver intascato milioni di finanziamenti pubblici. Imprese che poi scappano con il malloppo e lasciano il deserto industriale.
D’altronde perché i padroni dovrebbero concedere aumenti salariali seri in una situazione in cui le rivendicazioni operaie sono deboli e i sindacati sono proni alle scelte aziendali? Non sono forse stati gli stessi dirigenti sindacali i primi ad applaudire il discorso del presidente di Confindustria che parlava di salari bassi? Abbiamo dei rappresentanti dei lavoratori che plaudano alle loro disfatte. Che certificano la loro inutilità.
Ma noi operai davvero dobbiamo sopportare che tutti parlino dei nostri salari e che ci prendano in giro in questo modo? Davvero vogliamo accettare che siano gli stessi padroni, che il salario reale ce lo riducono di contratto in contratto, a dire che andrebbero aumentati perché andare avanti così è insostenibile? Davvero vogliamo delegare questi sindacati asserviti ai bisogni dell’impresa a trattare sui nostri interessi? Il salario è il nostro unico sostentamento per vivere e viene continuamente eroso nelle crisi dalle scelte di un manipolo di persone che sono le stesse che si arricchiscono sul nostro sfruttamento e sulla nostra povertà. È arrivato il momento di imboccare la via della lotta per mettere in chiaro cosa e quanto ci occorre per vivere, senza più delegare a parlare per nostro conto né finti rappresentanti, né peggio ancora gli stessi nostri padroni.
A. B.
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