LA RIFORMA DELLA DISABILITÀ COLPISCE LE CLASSI SUBALTERNE

Avviata in via sperimentale in alcune province, da un lato limita il riconoscimento della condizione di disabilità e dell’invalidità civile, dall’altro riduce le prestazioni di invalidità e inabilità erogate dall’Inps.

Avviata in via sperimentale in alcune province, da un lato limita il riconoscimento della condizione di disabilità e dell’invalidità civile, dall’altro riduce le prestazioni di invalidità e inabilità erogate dall’Inps.

La riforma della disabilità in pratica si sta risolvendo in una drastica diminuzione delle domande accolte e definite e della loro consistenza monetaria. Ne guadagneranno le casse dell’Inps a vantaggio di coloro che usufruiscono di pensioni d’oro. Ma andiamo con ordine.

Popolare. Così si presenta il governo Meloni, per bocca della presidente, dei ministri e dei loro sodali a ogni livello. Ricco di consenso popolare, nei mercati e, più in generale, nell’opinione pubblica. Che questa sia propaganda ad arte, fondata anche sull’ignoranza, sulla creduloneria e sulla superficialità di chi, nelle classi subalterne, appoggia tale governo, lo dimostrano, in maniera incontrovertibile, tutte le “piccole” riforme da esso portate avanti. Riforme a cui non si dà grande spazio mediatico, che passano quasi inosservate, spacciate persino per innovative, ma molto dannose per chi nei fatti le subisce. È il caso, fra le altre (come la riforma dell’istruzione secondaria superiore), della riforma della disabilità introdotta dalla ministra alla Disabilità Alessandra Locatelli con il decreto legislativo n. 62/2024 sulle prestazioni previdenziali, che ne ha avviato la sperimentazione in alcune province, fissando il passaggio a tutto il paese prima al 1° gennaio 2026 e dopo al 1° gennaio 2027. Questa riforma, il cui punto cruciale è l’assegnazione solo all’Inps delle procedure per l’accertamento dell’invalidità civile, sta impattando e impatterà ancora di più sulle classi subalterne, povere e disagiate. Perché si sta risolvendo e si risolverà ancora e sempre di più in una drastica riduzione delle domande accolte e definite. Ne guadagneranno le casse dell’Inps a vantaggio di coloro che usufruiscono di pensioni d’oro.

Locatelli ha un bel dire, nei suoi interventi propagandistici sulla riforma, che è essenziale “passare da un modello assistenzialistico a quello fondato sulla valorizzazione della persona, dei suoi talenti e delle sue competenze” e che “solo attraverso la collaborazione tra enti locali, terzo settore e comunità è possibile costruire servizi più vicini ai bisogni delle persone“. Ha un bel fare foto con esponenti di associazioni e volontari che ogni giorno sono accanto alle persone con disabilità e alle loro famiglie. Intanto, però, non ha minimamente preso in considerazione le criticità riscontrate e sottolineate da sindacati, patronati, medici di medicina generale e medici legali. Non ha tenuto affatto conto delle difficoltà delle procedure, nate in teoria per semplificare il processo di accertamento dell’invalidità, ma nella realtà dimostratesi una sorta di corsa a ostacoli sia per i disabili e invalidi civili sia per gli operatori che quel processo dovrebbero seguire.

Chiariamo subito. Sappiamo bene che quello delle invalidità civili è stato un pozzo senza fondo al quale le classi politiche nei decenni scorsi hanno attinto per alimentare il clientelismo che ha contribuito ad assicurare consenso, voti e stabilità di potere. Ma sappiamo anche distinguere fra chi ha fatto proprie le regole del potere borghese e si è prostituito al politico di turno e chi, proletari ed esponenti delle altre classi subalterne, ha bisogno che venga riconosciuta una reale disabilità o invalidità civile ai fini previdenziali.

La riforma della disabilità si sta progressivamente trasformando da presunto intervento di semplificazione amministrativa e di astratto “cambio di paradigma” nei confronti delle persone con disabilità, come più volte vantato dall’attuale governo, in un problema concreto per migliaia di semplici lavoratrici, lavoratori e persone fragili. I dati della sperimentazione mostrano infatti problemi sempre più evidenti non solo sul versante del riconoscimento della condizione di disabilità e dell’invalidità civile, ma anche sulle prestazioni di invalidità e inabilità erogate dall’Inps. Lo riconosce persino uno studio dell’Osservatorio Previdenza della Cgil nazionale. Nel dettaglio lo studio rileva che nelle province coinvolte nella prima fase della sperimentazione si registra un forte calo delle domande previdenziali di invalidità e inabilità, che scendono del 13,1%, a fronte di un lieve incremento dell’1% nelle province non coinvolte. Allo stesso tempo diminuiscono del 12,1% le domande accolte e del 12,9% le pratiche definite. Non si tratta di un rallentamento amministrativo o di un irrigidimento delle valutazioni sanitarie: la nuova organizzazione introdotta dalla riforma sta limitando l’accesso alle tutele previdenziali.

L’Osservatorio Previdenza ha inoltre sviluppato una simulazione prudenziale sugli effetti che il nuovo modello potrebbe produrre una volta esteso all’intera Italia dal 1° gennaio 2027. Applicando a livello nazionale il calo del 13,1% avuto nelle province sperimentali, il sistema potrebbe registrare una riduzione potenziale di circa 25.447 domande annue di invalidità e inabilità previdenziale rispetto alle attuali 194.251 domande presentate ogni anno. Si tratta quindi di oltre 25mila lavoratrici e lavoratori in condizioni di fragilità gravi, progressive o invalidanti, che pur avendo diritto all’assegno ordinario di invalidità o alla pensione di inabilità previdenziale, rischierebbero di non accedere correttamente alla tutela. Aspetto, inoltre, particolarmente grave è che non si tratta di prestazioni assistenziali generiche, ma di diritti previdenziali fondati sulla contribuzione trattenuta nel corso della vita lavorativa.

Che la riforma sia stata volutamente pensata per far diminuire in maniera pesante il numero di domande presentate lo dimostrano fatti concreti, che tolgono la maschera o ogni intento propagandistico: la scarsità di risorse destinate, la carenza di commissioni Inps e di medici di medicina legale, i costi elevati dei certificati introduttivi, la riduzione del ruolo dei patronati nella fase iniziale delle procedure e la continua stratificazione normativa, che stanno producendo ritardi, confusione e incertezza proprio nei confronti delle persone più fragili e bisognose. A complicare ulteriormente il quadro sono intervenute anche le recenti modifiche normative sulla non autosufficienza e sugli over 70, che stanno creando un sistema sempre più confuso e frammentato. Da un lato vengono rinviate parti della riforma, dall’altro si reintroducono procedure precedenti con il ripristino delle commissioni Asl, in molti territori soggetti a sperimentazioni quasi del tutto soppresse, determinando nuovi disagi, duplicazioni e allungamenti dei tempi. E anche per le persone anziane si registra un allarmante calo delle domande presentate per prestazioni di invalidità civile, come l’indennità di accompagnamento.

È quindi evidente che l’obiettivo reale della riforma è ostacolare l’accesso ai diritti previdenziali e sociali, lasciando sole proprio le persone che avrebbero maggiore bisogno di tutela. Un obiettivo coerente con la politica complessiva del governo Meloni, inaugurata con l’eliminazione del reddito di cittadinanza e proseguita con altri provvedimenti antipopolari: togliere alle classi subalterne e povere per dare di più a quelle già ricche.
L.R.

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