FRA QUALCHE GIORNO TUTTO SARÀ DIMENTICATO

La strage di Amendolara si spiega in un metodo strutturato per lo sfruttamento nell’agricoltura calabrese di oltre 11mila braccianti stranieri, metodo che tutti conoscono, che alcuni denunciano, ma nessuno mette veramente in discussione. Salvo poi svegliarsi ai fuochi di Rosarno. La soluzione al problema non verrà dall’alto ma dal basso profondo.

La strage di Amendolara si spiega in un metodo strutturato per lo sfruttamento nell’agricoltura calabrese di oltre 11mila braccianti stranieri, metodo che tutti conoscono, che alcuni denunciano, ma nessuno mette veramente in discussione. Salvo poi svegliarsi ai fuochi di Rosarno. La soluzione al problema non verrà dall’alto ma dal basso profondo.

In Calabria, nel settore agricolo, lavorano tra 11.000 e 12.000 braccianti stranieri in condizioni di irregolarità, sfruttamento selvaggio e violenza. È da questi numeri oggettivi che occorre partire nell’analisi della strage dei quattro braccianti agricoli avvenuta ad Amendolara (Cs) e della sua contestualizzazione all’interno dello stretto intreccio fra capitalisti agrari calabresi e caporali italiani e/o stranieri nello sfruttamento dei braccianti immigrati.

Sono numeri grossi, espressione di un fenomeno non episodico, ma di ampia portata, che investe gran parte del lavoro salariato nell’agricoltura calabrese. E, soprattutto, non sono numeri inventati, ma contenuti all’interno del VII Rapporto Agromafie e Caporalato elaborato dall’Osservatorio Placido Rizzotto in collaborazione con l’Istituto di Studi sul Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismed) e il Dipartimento di Scienze sociali ed economiche dell’Università La Sapienza di Roma, presentato ufficialmente il 20 febbraio 2025 a Napoli e pubblicato da Futura Editrice con una prefazione del segretario generale della Cgil Maurizio Landini e così proposto in sintesi dalla casa editrice: “Per il settimo anno una fotografia dettagliata dei diversi fenomeni di sfruttamento che riguardano i lavoratori e le lavoratrici della filiera agroalimentare”. Che ricercatori continuino a fare fotografie non è male, se servissero a dare impulso ad azioni di fatto contro questa realtà, che ad oggi non si vedono. Poi da Landini capo del sindacato più forte ci aspetteremmo una scelta di organizzazione capillare fra questi braccianti e il sostegno alle ribellioni che si producono ciclicamente nelle campagne. Ma il suo stile lo conosciamo bene: parole grosse, fatti piccoli.

Che siano numeri grossi e non inventati è una puntualizzazione doverosa per sottolineare che quanto accade, anche ma non solo, in Calabria avviene alla luce del sole, è pienamente noto da tempo e a tutti coloro che operano a qualsiasi livello nel settore agroalimentare calabrese e in quello nazionale e persino studiato e approfondito. Per evidenziare, quindi, che quanto successo ad Amendolara è solo la punta più estrema ed evidente di un sistema razionale e organizzato di sfruttamento bestiale e riduzione in schiavitù di manodopera straniera basato sulla violenza. Un sistema esteso più di quanto si possa immaginare, conosciuto sia da chi opera nell’agricoltura calabrese e nel sistema agroalimentare che ruota intorno a esso e in particolare nella grande distribuzione organizzata sia dalla macchina repressiva borghese costituita da forze dell’ordine e magistratura. Un sistema da tutti consapevolmente e colpevolmente ignorato, tollerato e accettato. Per questa ragione la soluzione non potrà venire dall’alto ma solo come sommovimento dal basso.

A seguito della strage di Amendolara gli estensori del citato Rapporto hanno emesso un comunicato che da un lato ne sintetizza i risultati e dall’altro lato li attualizza ulteriormente. Questo comunicato, pubblicato sul sito del Consiglio nazionale delle ricerche, lo citiamo di seguito testualmente e integralmente.
«Secondo i dati elaborati, nel settore agricolo calabrese si stima la presenza di un contingente compreso tra 11.000 e 12.000 lavoratori impiegati in condizioni di irregolarità. Un fenomeno particolarmente rilevante nelle raccolte stagionali, differenziato a seconda dei territori, che in provincia di Cosenza interessa soprattutto i territori di Corigliano, Rossano Calabro, Sibari, Cassano Jonico, Tarsia, Trebisacce, e strettamente connesso alla presenza e alle forme di mobilità della manodopera straniera, proveniente soprattutto da India, Marocco e Mali.
All’interno di questo ampio bacino di lavoratori convivono situazioni molto differenti tra loro. Si passa infatti da forme di occupazione solo formalmente regolari, il cosiddetto “lavoro grigio”, caratterizzate dalla presenza di un contratto, a condizioni di lavoro completamente informali. In molti casi, infatti, anche la sottoscrizione di un contratto non rappresenta una reale garanzia di tutela. Dietro rapporti apparentemente regolari si celano spesso condizioni di sfruttamento caratterizzate da orari di lavoro ben superiori a quelli previsti dalla normativa, retribuzioni assimilabili al cottimo ma formalmente presentate come salari ordinari, nonché da un numero di giornate lavorative dichiarate inferiore rispetto a quelle effettivamente svolte.
Nei casi di lavoro nero, invece, si è spesso di fronte a forme di sfruttamento estremo, alimentate dalla precarietà delle condizioni di vita, dall’assenza di un regolare permesso di soggiorno e dalla mancanza di reali alternative occupazionali.
Si tratta di un sistema complesso e articolato che interessa segmenti sempre più estesi delle filiere agricole calabresi e, più in generale, dell’intero comparto agricolo nazionale. Un sistema che continua a reggersi anche su consolidati meccanismi di intermediazione illecita della manodopera. Il fenomeno del caporalato, storicamente radicato nel mercato del lavoro agricolo italiano, ha assunto negli ultimi decenni configurazioni sempre più sofisticate. Le indagini e gli studi sul tema evidenziano una crescente integrazione operativa tra caporali stranieri e intermediari italiani, capaci di adottare modalità di reclutamento e gestione della forza lavoro sempre più difficili da individuare. Si sviluppano così vere e proprie reti del caporalato, nelle quali organizzazioni e figure di riferimento appartenenti a diverse comunità straniere interagiscono con interessi economici e strutture locali. In alcuni territori, tra cui la Calabria, il fenomeno si intreccia inoltre con il tradizionale interesse delle organizzazioni criminali nei confronti del settore agricolo.
In questo sistema il ricorso alla violenza non rappresenta un elemento episodico. La dimensione coercitiva, nelle sue molteplici forme, appare per certi aspetti inscritta nello stesso termine “caporale”. L’origine militare della parola richiama infatti un modello gerarchico fondato sull’obbedienza e sulla disciplina, nel quale il dissenso e l’insubordinazione non trovano spazio. In questo contesto, il rapporto tra caporale e bracciante si configura non come una normale relazione lavorativa, bensì come un rapporto di potere e subordinazione, esercitato attraverso il controllo delle persone, la dipendenza economica e, nei casi più gravi, il ricorso alla minaccia e alla violenza.
La violenza interviene, quindi, quando gli altri strumenti di coercizione – dal ricatto legato alla condizione giuridica del lavoratore fino alla vulnerabilità occupazionale – non risultano sufficienti a garantire il mantenimento dell’ordine e del funzionamento del sistema di sfruttamento. Essa rappresenta, dunque, non un’anomalia, ma uno degli strumenti attraverso cui il caporalato continua a perpetuarsi e a riprodurre condizioni di grave sfruttamento e coercizione».


Con un quadro così chiaro della situazione la scelta più coerente sarebbe di trasferire la sede e tutti i componenti del Consiglio nazionale delle ricerche al centro delle campagne calabresi, anche se la risposta già la conosciamo: “Non è il nostro compito organizzare e sostenere direttamente i braccianti stranieri nei loro diritti”. Questo è però il quadro dello sfruttamento in Calabria, messo allo scoperto da un caso di violenza senza pari. Ma, se tutti sapevano, adesso tutti scappano, proclamandosi “innocenti”. Dapprima la mattanza di Amendolara è stata derubricata dall’informazione nazionale a una resa di conti fra gruppi di lavoratori/delinquenti stranieri. Però la testimonianza del bracciante fuggito e sopravvissuto ha rimesso la questione nel canale dello sfruttamento organizzato da capitalisti agrari con l’appoggio di caporali. Allora è partita la corsa degli “indignati” a scoprire adesso il caporalato e ad attaccare “poche mele marce” in un contesto di agricoltura sana e benefattrice! Del governo è intervenuto il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, per il quale “la questione va divisa in due parti: una sulla quale sta indagando la magistratura che riguarda un efferato atto ingiustificabile…Poi c’è una vicenda legata a un eventuale sfruttamento da parte delle aziende”. Fra le organizzazioni agricole Coldiretti Calabria ha definito l’episodio “un orrore inimmaginabile che scuote profondamente le coscienze”. E il presidente regionale Franco Aceto ha sentenziato che si tratta di “un fatto criminale e disumano che non appartiene al mondo agricolo”, richiamando altresì l’attenzione “contro ogni forma di concorrenza sleale”. Legacoop ha evidenziato che “tali fenomeni alterano il mercato e penalizzano le imprese regolari”. Copagri si è sbilanciata sostenendo che “il caporalato non è solo una piaga economica che fa concorrenza sleale alle migliaia di imprenditori agricoli onesti, ma una vera e propria forma di criminalità spietata che calpesta i diritti umani più elementari” e ha chiesto “alle istituzioni un ulteriore potenziamento dei controlli sul territorio, una piena applicazione degli strumenti di contrasto al lavoro sommerso e una sinergia sempre più stretta tra lo Stato, le associazioni e i sindacati per estirpare definitivamente queste ‘mafie dello sfruttamento’ che infettano il nostro comparto”. Anche Cia Calabria ha insistito a “isolare i criminali e tutelare l’agricoltura sana”. E l’assessore calabrese all’Agricoltura Gianluca Gallo ha tenuto a “distinguere il fenomeno criminale dall’intero comparto agricolo. Non possono essere criminalizzate l’agricoltura calabrese e la Calabria”. Fra qualche giorno dei quattro braccianti bruciati vivi non si parlerà più, ma migliaia di altri schiavi salariati stanno continuando a piegare la schiena per pochi euro sotto la violenta sferza dei padroni e dei caporali, nell’indifferenza degli “indignati” e degli “innocenti”.
L.R.

Condividi sui social:

Comments Closed

Comments are closed. You will not be able to post a comment in this post.