ACCIAIO DI STATO

Nazionalizzare l’ex Ilva? E se servisse a produrre acciaio di Stato per armamenti cosa ne direbbero capi sindacali  e sindacatini pacifisti che gridano da mesi che l’unica soluzione è la nazionalizzazione? E’ nell’interesse degli operai non farsi coinvolgere nella scelta di quale padrone o di quale merce produrre, in tutti i casi saranno costretti a lavorare per i profitti di qualcuno. La guerra alla guerra la condurranno alla sola condizione di saper difendere il salario e la propria salute.

Nazionalizzare l’ex Ilva? E se servisse a produrre acciaio di Stato per armamenti cosa ne direbbero capi sindacali e sindacatini pacifisti che gridano da mesi che l’unica soluzione è la nazionalizzazione? E’ nell’interesse degli operai non farsi coinvolgere nella scelta di quale padrone o di quale merce produrre, in tutti i casi saranno costretti a lavorare per i profitti di qualcuno. La guerra alla guerra la condurranno alla sola condizione di saper difendere il salario e la propria salute.

È giugno. Fra poche settimane inizia l’estate. I borghesi, piccoli, medi e grandi, cominciano a programmare le vacanze, dove andare, chi incontrare, che cosa fare. Forse alcuni lo hanno già fatto. Invece gli operai non hanno molte alternative, già è tanto se potranno andare a fare un giretto al mare o al bosco più vicini. Per gli operai dell’ex Ilva o Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria sarà ancora più difficile: i pochi che lavorano nei suoi stabilimenti devono fare i conti con il caldo insopportabile, gli infortuni continui, il salario modesto, i molti in cassa integrazione con un salario decurtato e da fame e con la necessità quotidiana di stringere la cinghia, gli uni e gli altri con un futuro nebuloso e drammatico.

Per l’ex Ilva il governo Meloni sta ancora cercando un compratore. Flacks Group, il fondo di investimento americano guidato da Michael Flacks, ha presentato un’offerta e ha tenuto trattative in esclusiva con il governo, che ne ha contestato le valutazioni economiche considerandole irricevibili. Il gruppo indiano Jindal è un colosso siderurgico internazionale che ha mostrato interesse per l’acquisizione, ma anche le sue proposte sono state giudicate insoddisfacenti. Attualmente, con le offerte di acquisto respinte per via di valutazioni ritenute troppo basse o inaccettabili, la gestione dell’ex Ilva è supervisionata dal governo. In tale situazione di stallo, con uno scenario di vendita incerto, si discute concretamente sulla possibilità di nazionalizzare il polo siderurgico.

Il primo a lanciare di fatto la proposta era stato Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, la federazione delle imprese siderurgiche italiane, nel corso del convegno “Siderurgia 2050” organizzato da Confindustria Udine a giugno 2025. Per Gozzi la sopravvivenza di Acciaierie d’Italia è una questione di sicurezza nazionale per due ragioni: sia perché l’ex Ilva di Taranto è l’unico stabilimento a ciclo integrale in Italia, capace cioè di produrre acciaio primario, ricavato dal minerale di ferro, sia perché l’acciaio è necessario all’industria della difesa. Per risolvere l’incertezza sul futuro di Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria e in serie difficoltà economiche, lo stabilimento ex Ilva di Taranto “va trattato come un asset militare”. “Non possiamoaumentare le spese per la difesae allo stesso tempo acquistare le lamiere per Fincantieri chissà dove. Il rischio sarebbe sviluppare una dipendenza profonda dalle importazioni, provenienti magari dalla Cina, che di acciaio è la maggiore produttrice ed esportatrice al mondo”.
Per inciso, Gozzi aveva criticato la situazione della forza lavoro di Acciaierie d’Italia, sostenendo che avere “diecimila dipendenti per produrre cinque milioni di tonnellate di acciaio,gli stessi di quando si producevano dieci milioni, è insostenibile” e aprendo la strada al loro dimezzamento!

Anche per Assofermet, l’Associazione nazionale di categoria dei settori del commercio e della trasformazione di acciai, rottami, metalli e ferramenta, “con una produzione siderurgica in calo e l’aumento del costo dell’acciaio, è fondamentale preservare il valore industriale dell’impianto di Taranto. Una crisi prolungata degli impianti di Acciaierie d’Italia potrebbe portare a unacarenza strutturale di acciai pianiin Italia e in Unione europea”.

Di recente pure il ministro della Difesa Guido Crosetto ha sottolineato il valore strategico nazionale del più grande complesso siderurgico d’Europa per l’industria italiana della difesa, aprendo la strada a una nazionalizzazione pur parziale. “L’ex Ilva produce l’acciaio di alta qualità necessario alla manifattura pesante e navale. L’Italia non può dipendere dall’estero per l’approvvigionamento di materiali base, fondamentali per la catena di montaggio di mezzi militari e per la sicurezza nazionale”.

La richiesta di nazionalizzazione dell’ex Ilva è sostenuta da tutto il riformismo industriale di “sinistra”. I sindacati metalmeccanici (Fiom, Fim, Uilm e Usb) la chiedono da tempo, spingendo per “un intervento diretto dello stato attraverso un’amministrazione temporanea per tutelare i livelli occupazionali, la salute e l’ambiente”. Anche forze politiche di opposizione, come il Partito Democratico, hanno sostenuto l’opzione di una nazionalizzazione temporanea per evitare lo “spezzatino” degli impianti. E vari gruppetti di “sinistra radicale” della piccola borghesia, mancando di altri mezzi interpretativi, si sono accodati alla richiesta di nazionalizzazione facendone il proprio cavallo di battaglia. Il governo Meloni, attraverso il ministro Urso, ha smentito categoricamente, almeno per adesso, la nazionalizzazione completa, sostenendo la vendita a privati, ma ha aperto a un intervento parziale dello stato.

Solo che a questo punto la piccola borghesia di “sinistra” si è messa nella trappola da sola e sta impazzendo sul dilemma: nazionalizzare per produrre armi e armarsi o nazionalizzare per la produzione civile? Per gli industriali privati che potrebbero acquisire l’ex Ilva in società con lo stato è un falso problema, perché a essi interessa, contando anche su aiuti finanziari di stato, esclusivamente fare profitto, strizzando gli operai ben bene, indipendentemente che questi producano acciaio per armi o acciaio per trattori. Anche gli operai, vendendo la propria forza lavoro in cambio di un salario, hanno un solo vero problema, ma opposto: a quale prezzo e in quali condizioni la loro merce sarà utilizzata. Per gli operai, costretti, sotto il giogo del capitalismo, privato o statale che sia, a vendere la forza delle proprie braccia per sopravvivere, ciò che realmente conta è farlo al salario più alto (o meno basso) possibile e nelle condizioni di lavoro meno gravose e pericolose possibili, per salvare la salute e la pelle. La guerra alla guerra non la faranno certo disputando col padrone in quale tipo di produzione devono essere sfruttati facendosi coinvolgere nella scelta di quale merce è meglio contenga il lavoro estorto e il profitto da capitale.
Le altre sottili disquisizioni rimangono appannaggio della piccola borghesia, il cui orizzonte politico si ferma al proprio ombelico.
L.R.

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