La dura realtà dei salari operai può essere frullata in favole di sconti sulle tasse, piccoli bonus a pioggia e promesse future… ma rimane il dato di fatto incontrovertibile: meno otto punti rispetto al 2019, gli aumenti contrattuali già rimangiati dall’inflazione. La Meloni può raccontare ciò che vuole.
Caro Operai Contro, prima Confindustria, ora anche Confcommercio stanno alla messa in scena di Meloni e alle sue repliche, che raccontano dei salari aumentati più dell’inflazione, per il taglio
delle aliquote Irpef, deciso dal governo.
Una recita che mischia i salari al palo, con i vantaggi avuti da padroncini e lavoratori autonomi, con flat tax, tasse forfettarie, condoni a gogò.
I dati ufficiali dicono che i salari reali sono sotto di 8 punti rispetto il 2019. Ma i padroni ne parlano come non ne siano loro i responsabili e si trattasse di una calamità naturale o un fenomeno inspiegabile.
Il governo con un occhio alle elezioni, asseconda questa narrazione, sperando nei loro consensi, ben sapendo che, mentre non aumentano i salari, continuano ad accumulare nuovi profitti.
Dopo la farsa di Confindustria che all’assemblea annuale davanti a Meloni, reclamava senza vergogna (mentre intasca profitti) un intervento del governo sull’irpef (tagliando dai servizi sociali) per un contentino sui salari, la messa in scena si è ripetuta all’assemblea di Confcommercio.
Qui il presidente Sangalli per sostenere le vendite dei bottegai grandi e piccoli che rappresenta, chiede (come Orsini per Confindustria) la riduzione del carico fiscale al “ceto medio”.
Sangalli ha le idee chiare: chiede al governo di ridurre l’aliquota centrale, dal 35% al 33% per i redditi dai 50 mila ai 60 mila euro annui. Equivalenti a 2,5 miliardi di euro da sottrarre ai servizi sociali.
Una richiesta che, mentre esclude in partenza i salari operai, porterebbe altri soldi ad una fascia sociale che dal governo Meloni, ha già avuto uno sgravio fiscale di 1.440 euro in più all’anno e prende, come detto, dai 50 mila ai 60 mila euro annui. Che corrispondono rispettivamente dai 3.846 euro al mese ai 4.615 euro al mese per 13 mensilità.
Invece per i salari fermi al 2019 (meno 8% il potere d’acquisto) non si parla di misure di recupero, in un quadro in cui il carovita non accenna a diminuire, anzi!
Le divisioni all’interno del governo, protese ad assecondare il più possibile gli interessi dei padroni, a suon di emendamenti , tentano di legittimare ancora, i contratti di lavoro pirata, che il governo stesso (a parole) sembrava volesse invalidare, con il riconoscimento dei contratti firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi.
Altre manovre sono tornate d’attualità, per consentire ai padroni di aggirare l’obbligo di pagare arretrati e contributi assicurativi nelle buste paga, anche quando lo chiede una sentenza.
Se come è confermato dalla realtà, gli aumenti per i salari operai degli ultimi contratti dell’industria sono già stati assorbiti dagli aumenti dei prezzi, non c’è altra strada che riaprire un contenzioso con le organizzazioni padronali per un adeguamento salariale all’inflazione di fatto. Certo che i capi sindacali non sembrano disposti a prendere questa iniziativa. Una spinta salariale da parte degli operai potrebbe superare questo freno. Organizzarsi collettivamente nei luoghi di lavoro per il salario contro gli “imprenditori” che ci prendono in giro denunciando loro che i salari sono bassi, per un’adeguata risposta alla politica antioperaia e antipopolare del governo Meloni.
Saluti Oxervator
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