Dalle trombonate sulla patria-nazione, alla bella fatica degli schiavi, all’amore idealizzato non corrisposto che il patriarcato porta a giustificazione della violenza sulle donne, la gioventù deve adeguarsi all’obbedienza cieca all’autorità costituita. Ma non basteranno quattro righe di professori asserviti al governo a cancellare la protesta sociale delle nuove generazioni.
La prima traccia, A1, è stata su una poesia di Cesare Pavese per un amore idealizzato, non corrisposto. Non si sa se nella testa del ministro, e sulla falsariga delle sparate di Vannacci della non esistenza del reato di femminicidio, si voleva strizzare l’occhiolino a tanti uomini patriarchi che non sanno farsene una ragione della volontà delle donne di dar loro un bel due di picche. Una traccia e tante belle, false, parole sulla libertà delle donne in un sol colpo buttate nel cesso. Non una poesia dedicata all’amore corrisposto della vita, e quindi esistente. Bensì una poesia per un amore che non esiste, non può esistere, e pertanto si chiede a un giovane di 18-19 anni: “elabora una tua riflessione sulle modalità con cui scrittori e artisti in generale proiettano i propri sentimenti sull’ambiente circostante e sulla natura”. Quante “proiezioni … sull’ambiente circostante” abbiamo letto nelle lettere lasciate dopo che l’uomo non corrisposto aveva ammazzato la donna (in quanto donna caro Vannacci) che l’aveva rifiutato? Non certo lo stile poetico di Cesare Pavese, ci mancherebbe. Ma la traccia non invita a riflettere che anche un Cesare Pavese poeta prende l’abbaglio maschilista di scambiare il proprio infatuamento per amore, anzi.
La traccia, B1, che richiede “la produzione di un testo argomentativo” è invece una serie di stralci del discorso che Saragat, appena nominato presidente, fa ai membri dell’Assemblea Costituente nel giugno del 1946. Si richiede al maturando “un testo coerente e coeso sul tema della democrazia, anche facendo riferimento alle argomentazioni sviluppate da Saragat nel suo discorso”.
E così troviamo delle belle sparate sulla “concordia”, sui “più alti valori che sovrastano” le differenze e “le divergenze”. E’ un richiamo alla “Patria risorta” perché lo scontro di classe che nelle strade, nelle fabbriche è tutt’altro che spento, non prenda campo in Parlamento e nell’Assemblea stessa.
Il Saragat sa bene qual è il pericolo dell’insorgenza degli operai, e indica alle classi dirigenti la strada per la pacificazione che permetta ai padroni di tornare sotto altre vesti a fare profitti dopo che hanno appena smesso di farli sotto il fascismo: “Nel grande moto che spinge le classi diseredate a rivendicare un destino meno iniquo voi non vedrete una minaccia per la libertà, ma, al contrario, la forza motrice del progresso solo che venga disciplinato dalla saggezza dei legislatori e non venga ostacolato dall’egoismo dei ceti privilegiati.
Dopo la lettura di queste trombonate di Saragat, secondo cui
«la democrazia è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo. Dove questi rapporti sono umani, la democrazia esiste; dove sono inumani, essa non è che la maschera di una nuova tirannide»,
c’è da sperare che qualche giovane, intelligente studente abbia tratto la giusta considerazione di vivere oggi nella “tirannide” della “democrazia”. Visto peraltro che le trombonate sulla costruzione della “bella Repubblica italiana” sono del 1946, ora il ministro Valditara le riprende nella speranza di riaccendere l’amor di Patria tra i giovani, ma che le stesse inumanità e iniquità, che sgorgano dal rapporto tra la classe degli operai e la classe della borghesia, persistono. Ben 80 anni sono passati e non sono serviti proprio a nulla.
La traccia, C2, che ha raggiunto però l’apoteosi sulle considerazioni che ha questo governo e il ministro dell’Istruzione in specifico sui giovani, a cui vorrebbero forse fare il lavaggio del cervello prima che affrontino il mondo extrascolastico, magari quello del lavoro, è quella su un testo tratto da Alzarsi all’alba, di Mario Calabresi, Mondadori, Milano, 2025.
E’ la traccia che ha lo scopo di permettere al maturando di mostrare la sua capacità “critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità”. E c’è da sperare che i giovani il senso critico e ribelle legato alla giovane età ce l’abbiano davvero avuta ribaltando la tesi di Calabresi. Il quale da una parte sostiene il falso di “come il Novecento fosse stato il secolo della liberazione da fatiche antiche e terribili…”. Che presuppone un progresso nelle condizioni lavorative tale per cui le stesse, negli anni del nuovo millennio, non esistano più, e questo non è vero prorpio nelle più moderne fabbriche italiane, in cui sforzi e ritmi logorano migliaia di operai che nel giro di qualche anno di catena si ritrovano il corpo seriamente debilitato. Non parliamo delle campagne in cui i braccianti del 2026, nonostante le più moderne macchine che oggi possono essere usate in agricoltura, vengono consumati né più né meno che quelli del novecento, lavorando e “faticando” persino le stesse ore settimanali di allora, ben oltre le 8 giornaliere e le 40 settimanali. Rivendicazione che ricordiamo a Calabresi essere non del novecento ma dell’ottocento, in particolare della Prima Internazionale degli Operai nel 1866, e che oggi si fatica a garantire in qualsiasi fabbrica del Nord Italia. E questo avviene perché gli operai sono costretti dalle condizioni salariali miserabili a continuamente vendere la propria forza lavoro ben oltre le 8 ore. Quindi a fare fatica, anzi più fatica, proprio come Calabresi e il ministro Valditara vorrebbe insegnare ai giovani maturandi del 2026.
“Si è fatta strada l’idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica” – dice Calabresi/Valditara. Beh, cari maturandi è vero proprio il contrario in questa “bella democratica società” in cui a breve verrete catapultati: chi fa fatica oggi è uno schiavo moderno ed è costretto a farla, ne farebbe volentieri a meno; chi ne coglie i vantaggi, “i risultati”, di quella fatica è proprio chi fatica non ne fa, in primis i padroni, ma anche tutti i suoi ministri e pennivendoli. Voi da che parte state?
R. P.
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