CI VORRÀ UN AUTUNNO CALDO PER DIFENDERE IL SALARIO

Le clausole di salvaguardia dei contratti che dovevano servire per difendere i salari dal carovita si sono dimostrati incapaci di farlo, trucchi contabili e inflazione revisionata sono usati dai sindacalisti della CISL e dal governo per sostenere che i salari aumentano più dell’aumento dei prezzi, una pura menzogna.

Le clausole di salvaguardia dei contratti che dovevano servire per difendere i salari dal carovita si sono dimostrati incapaci di farlo, trucchi contabili e inflazione revisionata sono usati dai sindacalisti della CISL e dal governo per sostenere che i salari aumentano più dell’aumento dei prezzi, una pura menzogna.

Caro Operai Contro, anche dopo i rinnovi di molti contratti di lavoro, il divario rimasto tra il salario reale sotto di quasi l’8% dell’inflazione trascinata, è la prova provata che le clausole di salvaguardia dei salari, previste dai contratti stessi, sono insufficienti a tutelare il potere d’acquisto, come ben sanno – prima che lo dicessero i dati ufficiali – coloro che tutti i giorni fanno i conti e i salti mortali con il carovita.
Ciò rende necessario una revisione di queste clausole di salvaguardia, ed il sindacalismo “maggiormente rappresentativo” deve dimostrare di essere tale, facendosene carico. Sempre che ne sia capace dopo anni di politica collaborazionista.
In ogni azienda operai e lavoratori devono pretendere che i funzionari sindacali, abbiano in primo piano tra le priorità, anche questo obiettivo, non derogabile e senza tentennamenti. Al tempo stesso vanno trovate i modi e le forme di lotta, per costringere i padroni ad aprire il portafoglio, finora comodamente adagiati su un “modello” che”tutela” solo a parole il salario reale, uno slogan con cui farsi belli, a preambolo dei rinnovi contrattuali.
Una palla al piede in questa battaglia è il sindacalismo tipo Cisl, il sindacato che a braccetto con Meloni va raccontando dei salari che sarebbero aumentati “più” dell’Inflazione, senza precisare che quel “più” limitato a un breve periodo non recupera il divario di quasi l’8% tra salari reali e carovita.
Divario che ha pesato e pesa sulle buste paga, anche per il forte ritardo dei rinnovi contrattuali, perché i padroni se la prendono comoda. Così i metalmeccanici hanno rinnovato dopo 17 mesi e 40 ore di sciopero! Nel terziario il rinnovo è arrivato dopo 5 anni! La media dei rinnovi è di 14 mesi nel pubblico e 13,7 mesi nel privato. Il fatto grave è che i sindacalisti hanno concluso i contratti cantando vittoria sugli aumenti salariali ben sapendo che non recuperavano l’inflazione reale e in pochi mesi si scopriva che gli aumenti diluiti nel tempo erano giè stati erosi dall’aumento dei prezzi.
La contrattazione di secondo livello, i contratti aziendali, toccano circa il 7% delle aziende, è chiaro che non possono alzare la media generale dei salari. Oggi rispetto il 2019, le retribuzioni lorde sono aumentate del 12,2%, mentre i prezzi sono saliti del 19,7%, uno scarto di quasi 8 punti. Una perdita annua (da moltiplicare per 7 anni ndr) del potere d’acquisto di 1.755 euro per un metalmeccanico. Per usare una fonte che non ha diretto interesse a denunciare le condizioni salariali degli operai (Fonte Dataroom sul Corriere della sera).
Tutto ciò nella scia che dal 1991 al 2024, ha visto i salari lordi reali, ossia al netto dell’inflazione, aumentare del 32% in Francia, del 33% in Germania, e del 48% nel Regno unito. Mentre in Italia nello stesso periodo, con i padroni che piangono miseria mentre intascano nuovi profitti, i salari lordi reali – unica eccezione nei grandi paesi Ocse – sono diminuiti del 2,4%.
La Cisl sostiene che dal 2025, “le retribuzioni contrattuali orarie, per il secondo anno consecutivo recuperano l’inflazione” restituendo ai salari un più 3,1% rispetto l’indice (Istat) IPCA (Indice dei Prezzi al Consumo Ammortizzati).
Ma l’indice IPCA non rileva l’inflazione complessiva, bensì solo la parte depurata dell’energia importata, sono perciò esclusi dal recupero gli aumenti di luce, gas e carburanti, che non vengono considerati nel calcolo di un adeguamento già di per sé “aleatorio”, perché non riferito all’inflazione complessiva, ma all’inflazione “programmata” che solitamente si rivela poi sottostimata.
Il sindacalismo del tipo Cisl, accredita ancora le clausole di salvaguardia dei salari, così come sono oggi, nonostante abbiano dimostrato i loro limiti. Occorre un nuovo meccanismo che preveda all’occorrenza, l’adeguamento dei salari all’indice (Istat) NIC (Indice Nazionale dei Prezzi al Consumo per l’intera collettività) che rileva l’inflazione complessiva. Un adeguamento automatico che porti almeno in pareggio il salario reale, quando l’inflazione è più alta. Ma siccome la famosa scala mobile venne abolita, facendo un grande regalo ai padroni grandi e piccoli, e oggi parlarne è quasi una bestemmia, si metta almeno mano alle clausole di salvaguardia che si sono dimostrate, così come sono state concordate, un sistema per tenere i salari sempre sotto l’inflazione reale.
Saluti Oxervator.

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