STRAGE DI VIAREGGIO. LA MONTAGNA DELLA MAGISTRATURA HA PARTORITO IL TOPOLINO DELLA PENA.

Per i borghesi di tutti gli orientamenti politici anche questo è troppo! Con un appello, un vero manifesto della classe borghese, padroni, manager, intellettuali e politici (da Brunetta a Violante) al loro servizio rivendicano l’impunità legale assoluta nell’esercizio delle loro funzioni di sfruttamento.

Per i borghesi di tutti gli orientamenti politici anche questo è troppo! Con un appello, un vero manifesto della classe borghese, padroni, manager, intellettuali e politici (da Brunetta a Violante) al loro servizio rivendicano l’impunità legale assoluta nell’esercizio delle loro funzioni di sfruttamento.

I reati più gravi sono stati trascinati fino alla prescrizione attraverso continui rinvii tra la cassazione e la corte d’appello. Ci sono voluti infatti 17 anni per arrivare ad una sentenza definitiva e ad una condanna di soli 5 anni, gran parte dei quali, l’ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, ritenuto responsabile di disastro ferroviario colposo, li sconterà fuori dal carcere.
Moretti che è consapevole di come si siano svolti gli accertamenti processuali e ciò che lo attende, poco prima di entrare in carcere ha detto: “spero che durerà poco”. E così sarà.
Durerà poco perché il carcere non è un’istituzione dove internare le élite della società. Dentro devono finirci i delinquenti comuni che vengono dalla strada, i tossicodipendenti, gli immigrati e, da prassi, sempre le ultime ruote del carro quando si verificano stragi e incidenti: i macchinisti dei treni che deragliano, i muratori dei cantieri che crollano, gli operai delle fabbriche, compagni di quelli che
i macchinari hanno tritato. Non i capi, i manager o i politici che li nominano.
La levata di scudi in difesa di Moretti da parte del mondo imprenditoriale e politico è fortemente indicativa. Mandare in carcere un manager dopo una strage potrebbe rappresentare un precedente pericoloso. Significa stabilire una correlazione diretta tra i vertici decisionali e gli esiti che scaturiscono da quelle decisioni (pensate un po’ che assurdità!), anche per ogni vicenda in cui finiscano ammazzate delle persone per omessa manutenzione per risparmiare sui costi e aumentare i profitti.
Tutti coloro che ancora oggi occupano i vertici delle grandi società pubbliche e private sono intervenuti a difendere Moretti per difendere loro stessi. Moretti è uno di loro.
Ma, soprattutto, hanno difeso un principio. Se il sistema economico è costruito sulla ricerca del massimo profitto e ai manager viene affidato il compito di comprimere i costi, compresi quelli destinati alla sicurezza e alla manutenzione, allora non può essere proprio quel comportamento a trasformarsi in una responsabilità penale. Sarebbe una contraddizione interna al sistema, un cortocircuito della sua stessa logica.
La questione di fondo è tutta qui: se capitalismo significa che il profitto deve prevalere sulla tutela della vita umana, mettendo in atto scientemente condotte che aumentano gli utili riducendo gli investimenti nella sicurezza, anche quando questo significa esporre le persone a rischi mortali, non è possibile fare sentenze che, anche senza produrre conseguenze importanti sotto il profilo della pena, possano intaccare questi principi.
E per preservare intatto un principio sul quale si regge questa società sono stati chiamati in causa giuristi, magistrati in servizio e in pensione, politici e intellettuali. A loro è stato affidato il compito di ribadire che non si può attribuire a un manager la responsabilità di un disastro che non abbia materialmente commesso con l’intenzione di provocarlo e che chi dirige una grande azienda, per definizione, non può controllare ogni singolo aspetto della sua organizzazione.
La responsabilità penale perciò può ricadere su manutentori, macchinisti, capi treno e, più in generale, su chi opera agli ultimi livelli della catena gerarchica, su chi esegue le direttive imposte dall’alto, ma i vertici devono restarne fuori.
Più grande quindi è la società, minori saranno le responsabilità dei manager. Un criterio del tutto opposto a quello con cui invece vengono stabiliti i loro stipendi. I manager delle grandi società guadagnano milioni di euro, ma il loro ruolo di responsabilità viene ad essere ridimensionato quando si tratta di stabilire e appurare le loro gravi omissioni. Grandi stipendi, piccole responsabilità. È questo che ci dicono.
Per rafforzare il messaggio, la società di costruzioni We Build, la stessa che dovrebbe occuparsi del famoso ponte sullo stretto, ha acquistato una pagina sui giornali “Il Sole 24 ore” e “La Repubblica” per pubblicizzare un testo dal titolo “la responsabilità penale è personale”, che ha raccolto firme di noti rappresentanti politici, dal ministro della Difesa Crosetto all’ex ministro Luciano Violante.
Per i 250 firmatari del testo un manager è responsabile solo se si trasforma in un malvivente che va sui binari o si aggira tra i convogli ferroviari per manomettere personalmente gli impianti. Devono vederlo incappucciato, possibilmente di notte, con pericolosi arnesi in pugno, per dargli una pena. Altrimenti sarebbe sicuramente eccessivo immaginare una qualche responsabilità del vertice di un’azienda che manda sui binari convogli che trasportano gas liquefatti, senza verifiche, controlli e manutenzione, e che deragliando esplodono in un centro abitato, provocando il crollo di case e palazzi che uccidono 32 persone, alcune rimaste sotto le macerie, altre morte nell’incendio. È esattamente quanto accaduto nella strage di Viareggio del 2009, dovuta alla scelta nefasta dei vertici della RFI di noleggiare, per risparmiare sui costi, da ditte estere i vagoni per il trasporto di merci pericolose, rinunciando a qualsiasi forma di controllo sulla manutenzione. Per gli “illustri” sostenitori dell’appello, per una cosa del genere si potrebbe tranquillamente parlare di fatalità, di incidente imprevedibile, tutt’al più basterebbe inchiodare un Tecnico Verificatore e un Macchinista.
C’è un distillato di pura lotta di classe nell’arroganza e nella forza con cui questa cordata di politici e manager, in rappresentanza della loro classe, si sono schierati contro la sentenza di condanna di Moretti. Non vi azzardate a pensare che d’ora in poi le stragi prodotte dal capitalismo pubblico e privato, possano finire allo stesso modo, è il sottotesto della loro dissertazione giuridica. Anzitutto perché si devono difendere i profitti delle grandi aziende, poi perché si devono difendere coloro che vengono scelti per farli questi benedetti profitti. Le responsabilità non devono risalire la catena di comando, in carcere non devono finire i gruppi dirigenti, i padroni delle aziende, i manager della classe politica. Per loro c’è l’impunità, data dalla posizione di comando e di potere. Sono immuni perché comandano. Perché hanno il potere.
Anche se le condanne sono minime e irrisorie, anche se le condanne confermano quanta connivenza con gli apparati di potere ci sia nella stessa magistratura, che pur quando vorrebbe innovare il diritto con sentenze che fanno clamore non può permettersi di rompere il muro dei rapporti di forza tra le classi, perché è essa stessa un’articolazione dello Stato capitalista e soggiace a chi quel potere lo detiene e lo esercita. Anche se il manager responsabile di una strage passerà in carcere meno giorni di quanti se ne danno a chi ruba nel supermercato, il potere rivendica immunità assoluta.
Se non è questa lotta di classe ……
A.B.

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