Dalla resa a Genova del generale Meinhold all’operaio Remo Scappini, alla nascita della Volante Rossa di Lambrate-Milano. Il giorno della liberazione inteso come una tappa e non un fine spinse tanti operai partigiani ad intraprendere una nuova lotta contro la restaurazione in atto. Furono sconfitti, ma si impara più dalle sconfitte che da vittorie false e a buon mercato.
Il 25 aprile si commemora il giorno della liberazione dal nazifascismo, la ricorrenza ha assunto tanti significati quanti sono quelli che oggi la vogliono usare per i propri fini politici e governativi. Dal capo dello stato della repubblica che è repubblica dei ricchi, dei borghesi, fino all’ultimo partigiano sopravvissuto che spera di realizzare i sogni di allora. Ai rappresentanti dei partiti al governo che a denti stretti commemorano la ricorrenza, ai partiti di opposizione che ne fanno una loro bandiera. Ma che senso abbia avuto, che significato ha per gli operai, di ieri e di oggi, questa ricorrenza è tutto da ridefinire.
Scegliamo, oggi, arbitrariamente due avvenimenti di quegli anni che sono per noi essenziali per capire effettivamente cosa fosse successo il 25 aprile e i giorni e i mesi a venire. Diciamo scelta arbitraria, gli avvenimenti che portarono alla caduta del regime fascista sono innumerevoli, così come sono innumerevoli quelli prodotti nella ricostruzione del dopoguerra, qui noi ne scegliamo solo due perché abbiamo bisogno di dimostrare con esempi lampanti il ruolo giocato dagli operai al più alto livello e il ruolo degli stessi nella guerra sotterranea che si aprì nei mesi successivi e nei pochi anni che seguirono fra la ripresa totale del controllo del potere dei ricchi e gli operai che continuarono a resistere con i mezzi e i modi che avevano a portata di mano.
Il 25 aprile del 1945, a Genova, nel pomeriggio, il generale Günther Meinhold firmava la resa dell’esercito nazista davanti a Remo Scappini. Il primo discendente di una dinastia prussiana di proprietari terrieri e di militari, comandante dal marzo del ‘44 delle truppe del Reich della piazzaforte di Genova. Un generale. Il secondo un operaio, operaio di vetreria, di 19 anni più giovane, iscritto al Partito Comunista e presidente del comitato di liberazione della Liguria. Al di là di tutte le ricostruzioni sulle ragioni di questa resa, delle funzioni che ognuno seduto attorno a quel tavolo aveva svolto, rimane il fatto incontestabile di quello che furono e rappresentarono chi impose e ricevette quella resa: fuori da quella stanza in giro per la città e sulle alture partigiani, operai che combattevano armi alla mano un esercito potente e ben addestrato; e attorno a quel tavolo a sottoscrivere l’atto di resa di Meinhold, un civile, dirigente di distaccamenti di civili armati che avevano conquistato la città. Per il generale un doppio smacco, arrendersi ed arrendersi a dei civili insorti. Scappini stesso ricorda “Fin dal primo momento capimmo di non aver fatto buona impressione sul generale, così magri in carne e mal messi nei nostri abiti civili, quando forse lui si aspettava di incontrare militari in divisa e di pari gradi al suo”. Per lo smacco subito il sergente del generale, il giorno dopo la firma della resa si suicidò.
La resistenza non fu un atto di “tutto” il popolo così come la raccontano, per far entrare in questo “tutto” padroni attendisti, piccola borghesia voltagabbana, intellettuali e professionisti di regime che si scoprivano ora antifascisti, guardie e carabinieri. Il 25 Aprile del ‘45 a Genova racconta un’altra storia: la preponderanza assoluta degli operai delle grandi fabbriche nella lotta partigiana, nella resistenza, i loro eminenti rappresentanti sono reduci di un ventennio di lotta clandestina, di bastonate fasciste e galera. Lo stesso Scappini ha già scontato nelle galere del regime nove anni. Di fronte a Meinhold non rappresenta solo un organismo politico, ma sopratutto una classe intera insorta.
Il 26 aprile si apre un’altra fase, cambiano gli agenti del conflitto, si apre, anche senza averne coscienza, uno scontro fra le forze che hanno sconfitto il fascismo. Questo non è debellato, i suoi rappresentanti non sono spariti nel nulla, agiscono, si danno nuove forme politiche, anche i nuovi partiti usciti dalla resistenza che si definiscono democratici assumono dal fascismo il contenuto di fondo: la difesa del sistema di sfruttamento, dell’economia fondata sul profitto, della proprietà capitalistica. Naturalmente per gli operai che avevano combattuto il fascismo per la sua funzione più profonda di difesa ad oltranza degli interessi degli industriali si pone il problema di come reagire, di come affrontare questa nuova fase. La storia non produce nulla dal niente, gli eventi non nascono così per caso, la realtà spinge gli uomini a scelte di cui nemmeno loro, individualmente, hanno consapevolezza. Si intuiva che nella nuova situazione l’unità della lotta antifascista era di fatto superata, ogni classe riaffermava il suo antecedente posto sociale. I padroni a comandare nelle fabbriche, la forza pubblica a difendere il potere dei ricchi, i caporioni fascisti a riorganizzarsi ed attaccare sedi e militanti comunisti. Il 25 aprile del ‘45 non è per gli operai il giorno della vittoria, del riscatto sociale, è solo una tappa. E così la concepirono e vissero i combattenti partigiani cresciuti nelle fabbriche sotto il regime fascista.
Questo modo di capire la situazione produsse a Lambrate, Milano, nella zona operaia fra le più concentrate dell’epoca, “La volante rossa”. Sono giovani operai delle fabbriche della zona e qualche artigiano. Il loro punto di raccolta pubblico: la Casa del Popolo. I loro primi “lavori”: fare i conti con i fascisti che si erano macchiati di torture e di uccisioni dei partigiani; e che erano ancora in grado di girare liberamente. Poi intervenivano con la forza per sostenere l’occupazione delle fabbriche laddove interveniva la polizia per sgomberarle, se c’era qualche segnalazione dai reparti di officina di un dirigente troppo prepotente intervenivano per renderlo più ragionevole. Servizi d’ordine alle manifestazioni del Partito comunista e dei sindacati. Insomma la Volante Rossa incarnò il vero problema della lotta di liberazione dal fascismo: trasformarla in rivoluzione per il potere degli operai o rifluire in uno Stato dove i padroni avrebbero esercitato il loro potere economico e politico riducendo ancora gli operai a mera forza lavoro da sfruttare per il profitto del capitale?
Al momento dell’attentato a Togliatti, il 14 luglio del ‘48, quattromila operai dell’INNOCENTI di Lambrate riuniti in assemblea, una buona parte armati, discutono apertamente delle diverse possibilità. La rivoluzione operaia non si inventa, non si può decidere per alzata di mano in pubblica riunione e la decisione indicata dal partito di tornare a casa ottenne la maggioranza. Gli stessi protagonisti raccontano fra la delusione e il ridicolo lo sforzo di nascondere le armi nei pantaloni da sci in pieno luglio.
La Volante Rossa perde la sua ragione d’essere, reciso il suo rapporto diretto con il partito che ha scelto l’integrazione nel sistema del capitale con l’illusione di cambiarlo dall’interno, finisce male. Le azioni contro elementi fascisti vengono derubricati come azioni di semplice malavita, l’appartenenza alla Volante Rossa come associazione a delinquere, e processi, condanne ad anni di galera ed esilio all’estero riducono al silenzio quell’esperienza. Eppure quei giovani operai di Lambrate avevano posto concretamente un quesito: cosa farsene del 25 Aprile 1945, della vittoria sul nazifascismo?
E. A.
Da “Il generale e l’operaio”

La descrizione degli eventi fatta da Remo Scappini:
Da “La Volante Rossa”

Le testimonianze di Leonardo Banfi
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