Generale in pensione a 56 anni, dice di rappresentare “lo scarto, la feccia, i figli di nessuno” dopo che si è assicurato un’entrata fissa di oltre 18mila euro al mese. Questo è il mondo rovesciato dove l’ultimo arrivato, facendo l’antisistema, garantisce questi privilegi a lui ed ai suoi commilitoni, li promette scontati ad una piccola borghesia incarognita, che aizza contro chi è più rovinato di lei.
Caro Operai Contro, dopo essersi assicurato un’entrata fissa, di oltre 18 mila euro netti mensili, R. Vannacci, generale dell’esercito italiano in pensione a 56 anni, all’assemblea costituente di Futuro Nazionale, il partito di cui è promotore, così proclama: “Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia, e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo”.
“Scarto?” “feccia?” “figli di nessuno?”, con più di 18 mila euro netti che gli arrivano in tasca tutti i mesi? Ma chi vuol prendere in giro Vannacci?
O forse vuol far credere alle tante persone, che questo sistema sociale emargina, che votando per il suo partito si riempirebbero anche loro le tasche di soldi come lui, o comunque risolverebbero i loro problemi?
Gran parte della società è costituita da emarginati, meno abbienti, sfruttati poveri, che sono tali non per un cattivo funzionamento della società stessa, ma per lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo su cui si basa, e – per dirla con Vannacci – per la “normalità consuetudinaria” su cui funziona.
Questo, sì, è “Il mondo al contrario” vero, non la collezione di banalità e luoghi comuni, che con questo titolo Vannacci raccoglie nel suo libro.
Qui sotto l’importo netto mensile in euro di Vannacci.
8.420 netto mensile lo stipendio di eurodeputato, (124 mila euro lordi annui).
5.000 netto mensile pensione militare.
4.950 netto mensile indennità spese.
4.400 netto mensile indennità di presenza.
Totale: 18.270 netto mensile (almeno altri 700 mila euro come diritti d’autore dalla vendita dei libri).
L’uomo che viene dalla casta, abituato a dare ordini, al grido di “remigrazione”, va a caccia di voti dei camerati che si sentono traditi da una Meloni che aveva promesso di fermare l’immigrazione, schierando la flotta nel mediterraneo, e che invece “mena il can per l’aia” con diversivi eclatanti oltreconfine, che riecheggiano i tempi di “faccetta nera”. Come le prigioni in Albania che “fun-zio-ne-ranno”, ma si sono rivelate un bluff, una spesa inutile tra le contraddittorie norme europee, che complicano la gestione di questa materia.
Con la remigrazione Vannacci punta anche sul consenso dei camerati che considerano un oltraggio i flussi legali verso l’Italia, tra questi 497.550 mila immigrati regolari programmati dal governo Meloni per il triennio 2025-2028.
Dai sondaggi Meloni arretra, mentre Vannacci sale, così Meloni deve tenere aperta la porta all’ex generale, nella coalizione di destra e nel governo, nel caso questo dovesse servire per vincere le elezioni.
In pensione, senza più stellette sulle spalle, sarebbe rimasto nell’anonimato, invece spiazzando Meloni con la favoletta della “remigrazione” e gli allocchi che vi abboccano, Vannacci cerca il suo personale “posto al sole”.
Nega il femminicidio, equiparandolo ad un qualsiasi omicidio, per negare la sua natura patriarcale. Critica banche, finanza, Europa, come se lui quand’era generale dell’esercito, in patria o nelle missioni all’estero, avesse difeso gli interessi della “feccia”, dei “figli di nessuno”, dello “scarto”.
Un sistema sociale che sfacciatamente produce una sempre più ristretta minoranza di ricchi e straricchi ad un polo; e al polo opposto, una crescente massa di poveri sempre più poveri. Fra questi anche una parte di piccola borghesia rovinata dalla crisi che cerca nel salvatore della patria la soluzione dei propri problemi.
Gli uni e gli altri fanno parte di un processo nel quale schiere di sfruttati prendono coscienza di esserlo (gli operai moderni o proletari), mentre una esigua minoranza (sottoproletariato e settori di piccola borghesia immiserita), rimasti ai margini dei processi produttivi, o fatti fuori dalla crisi del piccolo commercio o dell’artigianato locale, non ne prendono coscienza. Fra questi ultimi alcune frange si convincono che il capo, il padrone, il governo, o quello che comanda abbiano sempre ragione. Così stanno sempre a fianco e agli ordini del “più forte”, sperando che lo stato delle cose esistenti, prima o poi volga in loro favore. In questi settori, Vannacci getta la rete sperando di pescare coloro con i quali millanta di identificarsi, autoproclamandosi pure lui “scarto”, “feccia”, “figli di nessuno”.
Che lo sia davvero, a prescindere dalle tasche piene di soldi?
Saluti Oxervator.
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