Il Superbonus dei due mondi

Ricchi guadagni per imprenditori, banche, tecnici e classe media e debiti per gli altri. Questo è il risultato del superbonus, a dimostrazione che governi e partiti in parlamento servono solo gli interessi delle classi superiori

Ricchi guadagni per imprenditori, banche, tecnici e classe media e debiti per gli altri. Questo è il risultato del superbonus, a dimostrazione che governi e partiti in parlamento servono solo gli interessi delle classi superiori

Il superbonus è una misura scritta per la classe media, professionisti e banche mentre agli operai si propina la promessa di un’edilizia popolare con un partenariato pubblico-privato, alla portata solo di chi lo può permettere, con costi parametrati sull’isee con rate mensili di 500-600 euro per 20/30 anni.

Il superbonus è stato mantenuto vivo da tre governi, Conte, Draghi, e dalla stessa Meloni, dimostrando nei fatti un’unità di intenti nel foraggiare imprenditori, ceto medio e banche.

La misura del 110% è stata una maxi-detrazione fiscale per interventi di riqualificazione energetica e sismica maggiorata del 10% rispetto alle spese sostenute inserita nella dichiarazione dei redditi (spalmata in 4 o 5 quote annuali) o con cessione del credito a terzi o sconto in fattura. Poteva essere richiesto da condomini, persone fisiche ed enti del terzo settore nonché privati. Il superbonus stimato inizialmente in 36 miliardi è diventato in poco tempo una valanga da 178 miliardi. Il provvedimento così come è stato ideato ed attuato dopo un paio d’anni è diventato un pozzo senza fondo da cui banche, professionisti tecnici (ingegneri, architetti, geometri), imprese edili e manifatturiere e proprietari immobiliari a reddito medio-alto hanno drenato milioni di euro. La Meloni, con la solita demagogia, si scaglia contro il superbonus per giustificare la sua politica di lacrime e sangue per operai e poveri con la scusa che “la sciagurata misura del governo di sinistra del Conte II, al momento, impedisce all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione, togliendo al governo margine di spesa da destinare alla sanità pubblica, alla scuola, al sostegno dei redditi più bassi”. Dimentica però che quando, era all’opposizione, lei e il suo partito avevano un atteggiamento favorevole e propositivo nei confronti del Superbonus, ne chiedevano addirittura l’ampliamento e la stabilizzazione. Nei fatti, anche se con impatto ridimensionato, è proprio il suo governo a mantenere operativa la misura dal 2022, in fin dei conti si tratta sempre della sua base elettorale.

L’idea di fondo che è alla base del superbonus è sempre la vecchia ricetta di Keynes: intervento dello Stato per stimolare l’economia in crisi. Storicamente si è visto come questo intervento non risolve le crisi, anzi in prospettiva le aggrava, finendo col peggiorare ulteriormente le condizioni delle classi che maggiormente pagano le tasse: operai e piccola borghesia con lavoro dipendente, perché è su di loro che graverà maggiormente l’aumento del debito pubblico. La versione italiana moderna della politica keynesiana ha addirittura degli elementi peggiorativi: la spesa pubblica in debito viene camuffata dalla forma del credito di imposta, lasciando ampi margini a truffe e speculazioni, e le classi verso cui sono stati rivolti gli interventi non sono quelle a basso reddito, ma quelle medio alte, che hanno avuto così anche la possibilità di aumentare il valore del loro patrimonio privato.

Gli interventi nell’abito del Superbonus dovevano garantire il salto di almeno due classi energetiche, da dimostrare tramite attestato oppure, per accedere al bonus principale (es. cappotto termico o caldaia a pompa di calore), era possibile abbinare altri lavori come la sostituzione degli infissi o l’installazione di pannelli fotovoltaici, da qui il lavoro prezioso dei tecnici che per ogni stato di avanzamento, dovevano certificare la regolarità dell’opera. Una volta ottenute le asseverazioni dei tecnici, si procedeva con la parte burocratica legata all’ottenimento del credito tramite un intermediario fiscale (commercialista o CAF) che verificava tutta la documentazione (fatture, bonifici, asseverazioni, titoli edilizi) per confermare il diritto alla detrazione e con la comunicazione telematica all’agenzia delle entrate. La ditta che eseguiva i lavori applicava uno sconto diretto in fattura fino al 100%. Il cittadino, quindi, non pagava nulla se non un’integrazione e doveva avere la disponibilità per l’anticipo dei lavori mentre il credito d’imposta maturato con i lavori (pari al 110% dell’importo speso) veniva ceduto a banche, intermediari finanziari o direttamente all’impresa. La fase delle asseverazioni dei tecnici avendo lo Stato affidato ai professionisti una funzione sostitutiva dei controlli pubblici, è diventata la chiave per sbloccare miliardi di euro di crediti d’imposta anche inesistenti. Quando in ballo ci son tanti soldi si scatena l’anima fraudolenta della classe medio-alta e professionisti pronti a vendersi l’anima pur di approfittare di guadagni gratuiti. Per ora, l’importo delle frodi scoperte ha già superato i 15 miliardi di euro. Ma il furto maggiore è avvenuto attraverso l’aumento dei costi delle costruzioni. Imprese, tecnici, produttori di materiali per l’edilizia hanno guadagnato una barca di soldi facendo lievitare i prezzi senza limiti di decenza. Il Superbonus 110% ha causato una fortissima lievitazione speculativa dei prezzi dei materiali edili, alterando profondamente le dinamiche di mercato in Italia.

Su una spesa totale dello Stato di circa 174 miliardi di euro, gli investimenti mobilitati, su una prima tranche da 97 miliardi analizzata in uno studio CRESME del settore, il valore reale dei lavori di cantiere corrispondeva solo al 40% circa del totale. Il restante 60% è stato assorbito da tasse statali, parcelle dei progettisti, visti di conformità e, in modo massiccio, dai costi di intermediazione finanziaria delle banche per la cessione del credito.

Di tutti questi soldi, agli operai si stima che siano andati tra gli 8,5 e i 10 miliardi di euro, ovviamente nella forma del salario per comprare le loro braccia e sfruttarli.

Ai professionisti e tecnici (progettisti, direttori dei lavori, certificatori energetici, asseveratori e commercialisti), sono andati circa 25,2 miliardi di euro (di cui circa 12,6 miliardi netti incassati direttamente dai tecnici per le parcelle di progettazione e asseverazione). Calcolando l’impatto sulla spesa definitiva, il valore lordo delle prestazioni professionali e dei servizi amministrativi correlati ha superato i 45 miliardi di euro complessivi.

I meccanismi di acquisto dei crediti d’imposta legati al Superbonus 110% hanno trasformato le banche in veri e propri intermediari finanziari di questa misura. Il beneficiario (o l’impresa) cedeva alla banca un credito fiscale del 110% ripartito in 4 o 5 quote annuali e questa dava loro subito denaro contante e utilizzava, anno dopo anno, le quote del credito comprate per pagare le proprie tasse e realizzando un guadagno certo pari alla differenza tra il valore fiscale ottenuto dallo Stato e la somma liquidata al cliente. Nella fase iniziale, le banche pagavano tra 100-103 euro ogni 110 euro di credito acquisito. Quando i tassi di sconto iniziano ad aumentare il margine di guadagno delle banche sale ulteriormente con rendimenti pari al 20% – 25% del valore del credito. Utilizzando questi crediti per coprire le loro tasse, ben presto sono state obbligate a smettere di acquistare crediti fiscali perché hanno esaurito o ridotto la capienza, nel quadriennio si stima che abbiano acquistato circa 74 miliardi di crediti creando il fenomeno dei “crediti incagliati”, nonostante abbiano messo in atto operazioni di cessione con vendita dei crediti per liberare spazio nei propri bilanci e guadagnare ulteriormente.

Secondo le stime della Fondazione Nazionale dei Commercialisti e dell’ANCE, per ogni miliardo di euro di crediti edilizi concessi, il fisco ha registrato un rientro automatico medio del 43-47%. Questo significa che, a fronte di un costo lordo finale che ha raggiunto i 174 miliardi di euro, lo Stato ha recuperato per vie dirette e indirette circa 75-81 miliardi di euro sotto forma di nuove entrate tributarie e contributive.  

Alla fine per gli operai edili c’è stata solo possibilità di lavoro in più, chi si è riempito le tasche sono state le aziende edili, le industrie dei materiali per l’edilizia, i professionisti e i tecnici (progettisti, direttori dei lavori, certificatori energetici, asseveratori e commercialisti), le banche e i proprietari di case. Tra questi ultimi, i dati di Nomisma indicano che il 25-30% dei beneficiari appartiene a nuclei con un reddito superiore anche di molto alla media nazionale e i proprietari di seconde case e di grandi patrimoni immobiliari hanno beneficiato in modo sproporzionato della misura, mentre  le fasce medio-basse, circa 1,7 milioni di cittadini che sono riusciti ad accedere al super bonus perché molti non sono riusciti a cedere il credito, sono riusciti ad accedere alla misura solo nei condomini delle periferie urbane con una quota minoritaria. 

S. C.

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