La morte di Fakir non è una fatalità. E’ la conseguenza diretta della politica dei padroni e dei loro partiti verso i migranti, che, per questo, saranno spinti sempre più a ribellarsi. Sarà compito degli operai stare al loro fianco.
Il governo e i suoi pretoriani erano ancora alle prese con la richiesta di grazia e la pretesa di impunità per il gioielliere pistolero e assassino, con le stampe delle magliette di supporto per scattare i selfie fuori al carcere di Bollate, quando nel pomeriggio di domenica Abderrahim Fakir, un uomo di 43 anni, immigrato dal Marocco, viene ucciso a Bologna nel quartiere Pilastro durante un fermo di polizia. Ucciso mentre veniva tenuto fermo da due agenti, uno che gli legava i polsi, un altro che gli premeva la testa sull’asfalto, un terzo personaggio chiamato dagli stessi poliziotti che doveva tenergli ferme le gambe. Quattro operatori della croce rossa hanno assistito alla scena, inermi. Non sono intervenuti perché “era in corso un’operazione di polizia”, hanno dichiarato dopo. Eppure Fakir non aveva commesso alcun reato, era in stato confusionario, aveva bisogno di assistenza e di cure, non di due poliziotti che intervenissero con lo spray al peperoncino e che lo soffocassero. Stava chiedendo aiuto mentre i poliziotti erano sopra di lui a premergli la testa, i polsi e le gambe. È morto chiedendo aiuto.
C’è un video girato da alcuni residenti del quartiere in cui si vede chiaramente ciò che sta succedendo durante l’intervento della polizia e in cui si sentono le grida di aiuto di Fakir mentre il personale medico se ne resta in disparte ad osservare come un uomo che doveva essere aiutato muore sull’asfalto alle cinque del pomeriggio in un quartiere popolare durante un fermo di polizia.
Fakir risiedeva in Italia dall’età di 7 anni, aveva un regolare permesso di soggiorno, pagava le tasse, al contrario di tanti gioellieri, e gestiva una ditta di facchinaggio. Bisognerebbe anzitutto chiarire la funzione ricattatoria e divisoria che svolgono le leggi sulla cittadinanza e gli strumenti di controllo burocratico come il permesso di soggiorno tra gli strati proletari, per convenienza suddivisi nelle categorie di cittadini con pieni diritti e immigrati con diritti su concessione, e bisognerebbe chiedersi come sia possibile che una persona residente in Italia dall’età di 7 anni, per le leggi attuali, non abbia ancora potuto avere accesso al diritto di cittadinanza e debba ancora preoccuparsi del rischio di revoca del suo permesso di soggiorno. Sta infatti emergendo che alla base della frustrazione e dello stato di agitazione di Fakir ci sia proprio questo elemento di natura politica e non uno personale. Ciononostante, gli strumenti della propaganda denigratoria razzista delle destre sono rimasti a secco. Non potendo costruire il profilo di un poco di buono immigrato clandestino stanno cercando di scavare nel suo passato presso i casellari giudiziari per rilevare condotte che in passato avrebbero portato Fakir ad avere condanne penali.
Come se in uno Stato, definito democratico, con tutti i cittadini formalmente uguali davanti alla legge, così recitano i testi sacri di questa democrazia, un cittadino con precedenti penali possegga invece dei requisiti speciali per poter finire schiacciato e ucciso durante un controllo di polizia, avvenuto per giunta solo dopo la segnalazione che una persona era in strada in evidente stato di disagio psichico. Se così fosse, se ai pregiudicati si applicassero leggi speciali sulla difesa della propria integrità fisica, dovremmo ritenere che tutta la cricca di politici e imprenditori condannati per corruzione e furti vari, una volta liberi, possano finire circondati dai poliziotti durante dei controlli e ammazzati. Ma non è così. E non sarà così.
La giustizia e il diritto sono armi con cui si regolano e garantisce il dominio dei privilegiati e i possidenti, i facoltosi e i potenti, sull’altra parte dell’umanità, gli sfruttati e i subalterni. Per un uomo come Fakir che viene ucciso per niente e con l’evidente responsabilità dei poliziotti, che lo hanno prima aggredito con lo spray urticante e poi bloccato a terra fino a provocarne la morte, ci sarà sempre un’attenuante per i suoi aggressori e suoi assassini, e quell’attenuante è data dalla stessa condizione sociale della vittima. Fakir è un uomo immigrato, un lavoratore, un uomo qualunque, un uomo senza potere e senza referenze importanti. È un uomo per il quale si chiede immediatamente l’assoluzione per i suoi giustizieri, specialmente se poliziotti, che godono di immunità speciali perché sono gli esecutori della violenza organizzata dello Stato borghese. Lo scudo penale, varato nell’ultimo decreto sicurezza, era stato pensato proprio per garantire immunità ai poliziotti in casi come questi. Per lo stesso criterio di classe, a ruoli invertiti, bisogna salvare dal carcere il gioielliere assassino, che decide di farsi giustizia da sé inseguendo i ladri che avevano sottratto valori e merce dalla sua proprietà, perché la difesa della proprietà legittima l’omicidio, e può sostituirsi al diritto socialmente codificato nelle democrazie borghesi della giustizia rimessa nelle mani dello Stato. Tra vittime e carnefici, il discrimine per le condanne e per le assoluzioni lo determinano il potere e la classe sociale di appartenenza.
Questa volta però i giustizieri in divisa hanno scelto la città sbagliata. Bologna è una città che si sta immediatamente organizzando per non far passare sotto silenzio l’omicidio di Fakir. Sono in corso sit-in e manifestazioni di protesta. Il sindacato Si Cobas ha dichiarato sciopero nel settore delle ditte di facchinaggio e il sindacato Silp-Cgil ha annunciato la sua partecipazione a tutte le manifestazioni che si terranno in piazza. L’omicidio di Fakir ci ricorda da vicino quanto successo nelle città americane con le vittime delle forze paramilitari dell’ICE. E’ ora che le piazze italiane si accendino nella protesta proprio come quelle americane.
Bisogna dare una risposta ai giustizieri in divisa e ai loro mandanti politici, a tutti quelli che reggono questo sistema economico di sfruttamento, per far capire loro che non siamo uomini e donne che possono finire ammazzati per terra nel silenzio, bruciati vivi, fatti a pezzi e risucchiati dai macchinari delle fabbriche del profitto, sepolti sotto le macerie dei cantieri. La risposta che bisogna dare alla violenza politica della classe padronale, articolata tra sgherri in divisa e politici servi, è la ribellione.
A. B.
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