La concorrenza tra operai e disoccupati, in particolare quelli immigrati, sta rafforzando il fronte reazionario sostenuto da una buona parte della piccola borghesia e del ceto medio. Prima la “popolana della Garbatella” con la villa da oltre un milione di euro a Roma. Ora Vannacci, che, con oltre 18.000 euro netti di stipendio mensile, dice di rappresentare gli “ultimi”, il “popolo”. I padroni raschiano il fondo del barile per salvare il loro sistema che ormai fa acqua da tutte le parti. Se gli operai, occupati e disoccupati, si organizzeranno di nuovo come una collettività, questi reazionari faranno la fine dei loro predecessori del secolo scorso.
Disoccupati, sottoccupati, precari, donne degli strati bassi, migranti, tutti marginalizzati, sfruttati e razzializzati, formano un esercito di lavoratori, “usa e getta” che il capitalismo produce e utilizza per garantirsi la sopravvivenza, attingendo a questa mano d’opera, “disponibile velocemente” e soprattutto a “basso costo”. Nella crisi economica il loro numero aumenta. Sono a pieno titolo una componente strutturale del sistema economico capitalistico. Un esercito di schiavi alternativi che è disposto a tutto per sopravvivere, flessibile a tal punto, da rappresentare un enorme vantaggio competitivo per i padroni, (in costante competizione tra loro), che li usano nei periodi di espansione economica, per aumentare la produzione, e se ne disfano altrettanto rapidamente nelle fasi di crisi economica. Sono quelli che accettano le condizioni di lavoro peggiori e i peggiori salari. Senza disoccupazione non può esserci capitalismo, è la garanzia della subordinazione dei lavoratori, perché li rende sostituibili in qualsiasi momento.
Un vero e proprio “esercito della salvezza” per i padroni, a cui non frega niente delle origini e del sesso di chi sfrutta, sono solo interessati ad aumentare i loro profitti, a tenere sotto controllo i (bassi) salari, ricattare e disciplinare la forza lavoro, e per raggiungere i loro scopi usano tutti gli strumenti a loro disposizione. Mettere in concorrenza tra loro questo esercito di sfruttati è da sempre una delle tecniche di maggiore successo. Utilizzano la disperazione degli ultimi per peggiorare le condizioni di tutti. Il primo risultato, che ne deriva, è la frammentazione della forza lavoro, l’indebolimento delle forme organizzative che possono assumere gli sfruttati, e un ordine sociale maggiormente controllabile.
Anche il razzismo diventa “un’arma economica” funzionale ai rapporti di dominio e sfruttamento.
La razzializzazione del mercato del lavoro ha origini molto lontane. Nel libro Primo del Capitale, Marx, studiando lo sviluppo della tratta degli schiavi (conseguente alla conquista delle Americhe e delle Indie Orientali), aveva definito questi eventi “l’aurora dell’era della produzione capitalistica”. Un esercito industriale di riserva che assume una forma sempre più piramidale, e dove alla base c’è quella forza lavoro più ricattabile, più precaria, la meno visibile, i migranti, che oltre a vivere una condizione di segregazione lavorativa, non hanno accesso ai servizi basilari e alle miserabili e per lo più inesistenti politiche di welfare. I padroni li utilizzano per peggiorare le condizioni di tutti: “non accetti queste condizioni? Ho come sostituirti con operai che le accettano”. I servi dei padroni utilizzano anche questo per sostenere le loro politiche reazionarie anche tra gli operai: niente di più semplice e scontato attribuire la responsabilità della compressione dei salari a quell’ultimo strato di sfruttati alla base della piramide. Una strategia efficace per allargare l’area del consenso oltre la platea della piccola borghesia e del ceto medio che, senza usare il cervello, se la prendono con i “neri” quando la crisi economica li manda in rovina, e, in questo, si schierano con i più ricchi e forti, quelli che hanno invece la piena responsabilità dei loro guai.
Alla fine, il messaggio che passa è che la povertà dipende da chi addirittura e più povero.
Si contrappone a questa narrazione della parte più reazionaria e fascista del Paese, il partito dei “buonisti”, trasversale a qualsiasi formazione politica. Si esaltano a parlare di politiche di “integrazione” ed “emancipazione”, senza distinzione di sesso o razza, ma non spendono una parola sui bassi salari che, con l’immobilismo delle organizzazioni sindacali, che a loro fanno riferimento, rimangono tali, ma “uguali per tutti”. Una grande supposta per far accettare in silenzio e senza tanto rumore la subordinazione del lavoro salariato.
L’assunzione di lavoratori stranieri nelle fabbriche, nelle cooperative di servizi o di facchinaggio, nelle mansioni più nocive e a bassi salari, crea un’ulteriore divisione tra chi vive la stessa condizione di sfruttamento, e rappresenta un ulteriore ostacolo all’organizzazione politica degli operai. Questo ha favorito tra gli operai un’idea individualistica della società e il non riconoscersi come una collettività, favorisce la competizione tra le classi subalterne, allontanando di più la solidarietà di classe, a tutto vantaggio dei padroni.
I migranti, come le donne, rappresentano lo strato più basso di questo esercito industriale di riserva.
Qualcosa, però, si muove.
Non tutti cascano nella trappola della “emancipazione e integrazione”, molti movimenti spontanei autogestiti nascono direttamente nei luoghi dello sfruttamento “dei dannati della terra”. Al sud nei campi, a nord nei poli logistici. Nascono dal basso, lottano contro il caporalato, per il permesso di soggiorno, il contratto di lavoro, l’abitare. Organizzano scioperi selvaggi e blocco delle merci, e subiscono la repressione e violenza fisica brutale dei padroni e dei loro sgherri. E’ giusto menzionare alcune di queste formazioni di resistenza di migranti: “Movimento campagne in lotta spontaneo” (Rosarno) “Capitanata” (Puglia), gli Operai della logistica di Piacenza, Bologna, Milano, facchini organizzati in comitati di magazzino, per vigilare sul rispetto dei contratti, “Siamo qua” comitato lavoratori stranieri nato nei ghetti agricoli, “Coordinamento Braccianti Autorganizzati” nei distretti ortofrutticoli del foggiano e del piemontese, “Movimento Migranti e Rifugiati”. La condizione degli operai migranti, così come quella delle donne all’interno della piramide dello sfruttamento, non sono questioni periferiche rispetto alla lotta per la liberazione dallo sfruttamento degli operai. Anche attraverso le migrazioni si rende più evidente il carattere globale del capitalismo.
Un messaggio chiaro sulla strada da intraprendere per una organizzazione globale collettiva per la difesa dei propri interessi viene da alcuni interventi nelle recenti manifestazioni di piazza a Napoli del Movimento Migranti e Rifugiati: “A ogni violenza ad ogni abuso continueremo a rispondere con la lotta l’organizzazione e la solidarietà. Divisi non siamo niente. Uniti siamo tutto” E per concludere l’intervento di una donna migrante: “Non siamo vittime, non siamo comparse, non siamo numeri. Siamo protagoniste delle nostre lotte. Finché anche una solo di noi sarà oppressa, continueremo a lottare”. Quando la classe subordinata (operai e disoccupati) individua chiaramente nella classe dominante, che detiene i mezzi di produzione, il nemico comune, per il sistema capitalistico si avvicina la fine.
S. O.
Comments Closed