Nelle reali condizioni di schiavitù salariale e nello scontro quotidiano con i padroni e i tutori del loro ordine economico di sfruttamento, operai e braccianti, italiani e stranieri, bianchi e neri, possono scoprire di essere molto più uguali di quanto possano apparire.
Ai primi di luglio a Seano, frazione di Carmignano, nel distretto tessile di Prato, la polizia ha sgomberato con la violenza il presidio permanente organizzato dagli operai dell’azienda di logistica Acca srl da una settimana in sciopero contro il licenziamento da parte dell’azienda di circa 90 di essi. L’Acca, che si occupa del trasporto dell’abbigliamento delle fabbriche “pronto moda” cinesi del distretto tessile di Prato in tutta Europa, è finita di recente al centro di una inchiesta della procura europea per una frode di 71 milioni di euro e a processo per sfruttamento e caporalato nei confronti degli operai. I padroni cinesi hanno chiamato la polizia per riavere indietro la loro merce, bloccata dalla lotta degli operai. Nonostante le vibranti proteste, una quindicina di presidianti sono stati trascinati con la forza dai poliziotti sull’asfalto, caricati su un pullman della polizia e portati in questura a Prato. La procura adesso li sta indagando per “violenza privata”.
Non è la prima volta che la polizia, chiamata dai padroni di fabbriche, alza le mani contro degli operai che pacificamente stanno difendendo il proprio posto di lavoro. A fine giugno altri poliziotti hanno cercato sempre con la forza di calci, pugni e manganelli di sgomberare il presidio dei lavoratori In’s nel polo logistico di Tortona (Al) in sciopero per rivendicare aumenti di salario, miglioramenti delle condizioni di lavoro e provvedimenti contro il capo responsabile della ditta Man Hand Work che provocava con insulti razzisti e minacce aggressive attaccando operai e sindacalisti. Sollecitate dalla volontà di rappresaglia padronale, prefettura e questura di Alessandria hanno risposto con violenza poliziesca e repressione organizzata di stato, spedendo camionette blindate della celere e agenti armati in assetto antisommossa per sgomberare gli operai pacificamente seduti per terra.
Ricordiamo anche le cariche della polizia, a fine ottobre 2014, contro gli operai dell’AST (Acciai Speciali Terni) sia davanti ai cancelli della fabbrica sia durante una manifestazione nazionale a Roma contro il piano di esuberi e licenziamenti. Potremmo continuare all’infinito. In molti momenti di lotte di classe fra operai e padroni, la polizia si è intromessa, ha preso posizione, si è schierata da una parte contro l’altra, ha manganellato gli operai per ordine dei padroni! Non ne facciamo una questione morale. Così come sappiamo bene che la polizia non agisce per conto proprio, ma come parte dell’apparato di controllo e repressione dello stato borghese padronale contro i suoi nemici di classe, in primo luogo gli operai e in particolare quelli organizzati. Le forze dell’ordine (polizia di stato, carabinieri, guardia di finanza, polizia penitenziaria) si presentano come neutre e neutrali, interclassiste, a tutela dell’ordine pubblico nell’interesse del cittadino comune, ma esistono e agiscono in quanto strumenti coercitivi al servizio esclusivo dei padroni, abbiano questi un nome e un cognome oppure vadano intesi come classe nel suo insieme.
Se gli esempi sopra citati rientrano nella tipologia classica delle forze dell’ordine al servizio dei padroni, l’esempio di una diversa modalità di questo loro ruolo è dato da quanto accaduto ad Amendolara (Cs) e dintorni dopo la strage del 1° giugno scorso, quando quattro braccianti agricoli (tre afghani e un pakistano) sono stati arsi vivi, all’interno di un minivan in una stazione di servizio lungo la statale jonica 106, da due caporali pakistani al servizio di capitalisti agrari del territorio a cavallo fra Calabria e Basilicata. Un reparto di oltre 40 carabinieri ha disposto controlli anticaporalato di notte, lungo la statale 106, sui minivan carichi di braccianti stranieri che dal nord della Calabria si muovono per raggiungere le campagne della piana di Sibari o quelle di Basilicata e Puglia. L’intervento ha portato al controllo di 35 mezzi, con l’identificazione di 135 stranieri, tutti migranti, e alla fotosegnalazione di dieci braccianti per dubbi sulla regolarità dei documenti mostrati. Alcuni migranti sono risultati destinatari di provvedimenti da notificare, mentre nei confronti di un altro extracomunitario è stato notificato l’ordine del questore di lasciare il territorio nazionale entro sette giorni.
I paroloni spesi da destra e da sinistra, nelle ore successive alla strage dei braccianti, contro il caporalato si sono dissolti come nebbia al sole. Erano lagne generiche dovute per l’occasione, fumo negli occhi di chi si spezza la schiena sotto il sole o nelle serre e rischia ogni giorno la salute e la vita. Tutto quello stanco vociare verso i cattivi caporali, senza una parola contro i capitalisti agrari al cui soldo prestano servizio, si è risolto in controlli a carico e a danno dei braccianti. Come se il problema sia l’irregolarità dei braccianti, ai quali vengono tolti i documenti ed è negata una condizione regolare di vita e lavoro, costringendoli alla clandestinità e, quindi, al cedimento al ricatto di condizioni massime di sfruttamento e di salari bassi, e non la rete allestita dai capitalisti agrari con la complicità dei caporali per “catturare” migranti derelitti e affamati e costringerli ai lavori forzati nelle campagne, allo scopo di essere competitivi sul mercato e fare profitto!
Rete nella quale accade veramente di tutto. Se la strage di Amendolara può apparire un caso estremo, non è meno estremo che a Terracina (Lt) alcuni braccianti agricoli indiani non sono stati più solo costretti a lavorare ogni giorno per pochi spiccioli, a dormire in baracche fatiscenti, a sottostare ai ricatti dei caporali e persino a fumare oppio per sopportare la fatica, ma addirittura spronati a rompersi di più la schiena nella raccolta degli ortaggi sotto la minaccia di un fucile. Esattamente come accadeva agli schiavi neri negli stati americani del Sud nel 1700. È solo un altro esempio, uno però dei tanti possibili, della condizione di reale schiavitù che braccianti agricoli migranti vivono in questi “evoluti” tempi moderni.
Da tali vicende operaie emergono tuttavia alcuni elementi chiave, partendo proprio dal ruolo delle cosiddette forze dell’ordine al servizio dei padroni, siano essi capitalisti industriali o capitalisti agrari, padroni italiani o cinesi, e dei loro guardaspalle, siano essi italiani o pakistani o di altre nazionalità. Se da una parte ci sono padroni che chiamano i poliziotti per difendere i propri affari o i cui affari vengono favoriti dal tacito consenso dei carabinieri, dall’altra ci sono operai industriali e operai/braccianti agricoli, italiani e africani o asiatici, bianchi e neri, che non si conoscono e non sanno nulla delle rispettive condizioni di schiavitù salariale. Non è però velleitario lavorare per unire le rispettive condizioni e lotte. Allora si scoprirà che i padroni sono diversi, ma vengono difesi sempre dagli stessi manganelli di poliziotti e carabinieri.
L.R.
Comments Closed